SEMBRA UN PO’ UN FILM DI TORNATORE MA È VENUTO MEGLIO. DAL BRASILE UN ROMANZO DI FORMAZIONE TRA SESSO E WEST

La Festa del cinema di Michele Anselmi

Mica male “O Filme da Minha Vida”, che significa più o meno “Il film della mia vita”. Dopo una scorpacciata di titoli americani di un certo richiamo, la dodicesima Festa di Roma è scesa geograficamente un po’ più in giù, in Brasile, per trovare questo curioso cine-romanzo di formazione che non sai bene come prendere, e tuttavia non lascia indifferenti.
Alla base c’è un romanzo del cileno Antonio Skármeta, “Un padre da film” (Einaudi), molto rielaborato dal regista carioca Selton Mello. Sembrerebbe, a prima vista, una storia alla Tornatore: l’adolescenza, la nostalgia, il padre rimpianto, i baci, il sesso, il bordello, il cinema che fu, gli anni Sessanta, tanta musica… Solo che Mello sa come governare la materia insidiosa, e lo fa con una certa baldanza, senza negarsi nulla, ma con uno splendore formale che riscatta certe piccole cadute di stile, soprattutto grazie a una sorta di flusso ipnotico e visivo.
Siamo nel 1963, in una zona rurale del Sud brasiliano. Cresciuto nel culto del padre francese che senza dare spiegazioni lasciò la famiglia per tornarsene in patria, Antonio “Tony” Terranova vive con la bella madre brasiliana, un po’ centralinista e un po’ contadina. Il giovanotto, ancora vergine, insegna francese in una scuola media, ma la sua passione è il cinema americano, in particolare un film western di Howard Hawks, “Il fiume rosso”, con John Wayne e Montgomery Clift, nel quale rivede forse qualcosa della propria vicenda di figlio. Innamorato dell’avvenente e tenera Luna ma attratto anche dalla di lei disinibita sorella Petra, “Tony” è in bilico tra due culture e due lingue, ma soprattutto ha urgenza di perdere la verginità. Succederà, grazie a una puttana gentile, in un bordello di Frontera, dove c’è anche un cinema che proietta proprio quel film che ama sempre rivedere. Una sorpresa è in agguato, anzi due: di quelle capaci di schiantarti o di farti crescere.
Fotografia nebbiosa o “dorata”, quasi a restituire una dimensione mitica, non realistica, del periodo; canzoni come “Hier Encore” di Charles Aznavour o “I Put a Spell on You” di Nina Simone (ma echeggia anche Bizet); un’atmosfera tra buffa e struggente, molto sudamericana nel ritratto della bellezza femminile; la continua evocazione di un Far West da cinema che pure si riflette nei panorami brasiliani. È stato lo stesso Skármeta a contattare il regista perché portasse sullo schermo il romanzo, scritto, venticinque anni dopo “Il postino di Neruda”, anch’esso portato al cinema.
Johnny Massaro ha lo sguardo e il fisico giusti per incarnare questo giovanotto sensibile, a tratti stupefatto, colto in un cruciale momento di passaggio. Ma sono tutti bravi, specialmente Vincent Cassel, che da anni s’è trasferito in Brasile e infatti parla fluentemente il portoghese.
Non male, nella sua maschia coloritura, la battuta che dice a un certo punto Paco, il tormentato uomo dei maiali interpretato dallo stesso regista: «Era così brutta che quando è nata il medico ha detto “lanciatela in alto, se vola è un insetto”». Dubito che il film uscirà mai in Italia, ma alla Festa ci sta bene.

Michele Anselmi

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