CHI HA UCCISO IL MAGNATE GRECO CHE TERRORIZZAVA TUTTI? “MISTERO A CROOKED HOUSE” NON È IL SOLITO CHRISTIE-MOVIE

L’angolo di Michele Anselmi

Stavolta Hercule Poirot e miss Marple non indagano, e forse è meglio così. In attesa che Kenneth Branagh proponga la sua ennesima versione di “Assassinio sull’Orient Express” (il 3 novembre la prima a Londra), esce in Italia “Mistero a Crooked House”, naturalmente tratto da un romanzo di Agatha Christie. Uno dei più cari alla scrittrice inglese, benché dei meno noti, pubblicato nel 1949 in patria e un anno dopo in Italia, per i Gialli Mondadori, col titolo “È un problema”.
Non sorprende che sia un regista francese, il bravo Gilles Paquet-Brenner di “La chiave di Sara”, a firmare l’operazione: i gialli “alla Agatha Christie” sono un genere consolidato, sempre a rischio calligrafia, sia nelle ambientazioni sia nella recitazione, pure nella costruzione della cosiddetta detection, sicché serviva qualcosa di diverso, specialmente se non ci si chiama Robert Altman o Sidney Lumet.
Nell’adattare il romanzo, lo sceneggiatore Julian Fellowes posticipa di una decina d’anni l’ambientazione, che adesso è datata 1957, subito dopo la turbolenta crisi del Canale di Suez. Fotografia calda e rugginosa, il rock and roll americano che scuota la gioventù britannica, l’antico Impero ormai in disfacimento. È in questo contesto che lo squattrinato investigatore privato Charles Hayward, già agente dei Servizi segreti al Cairo, viene contattato dall’ex fiamma Sophia, nipote di un potente magnate greco, tal Aristides Leonides, appena scomparso a 88 anni in circostanze poco chiare. La fanciulla non ha dubbi, qualcuno in famiglia ha ucciso il patriarca malato e tirannico, ma si vorrebbe evitare lo scandalo, e così il giovanotto, su ordine di un capo di Scotland Yard che molto lo stima, si trasferisce nella gotica/sontuosa Crooked House per scovare l’assassino. Non ci metterà molto a capire, Hayward, che la magione è un covo di veleni, risentimenti, tresche e rancori.
Tranquilli: il maggiordomo stavolta non c’entra, e nemmeno la cuoca. L’atmosfera è abbastanza classica, tra battute al vetriolo, sarcasmo a fior di pelle, isterie, tradimenti e rovesci finanziari. E intanto, nell’attesa che il testamento sia letto, si scatena il tutti contro tutti. «È una cosa di repressa passione» sentiamo teorizzare, ma non sarà facile per il giovane “private eye” scovare il colpevole nel mucchio. Tuttavia, rispetto a titoli simili, “Mistero a Crooked House” sfodera qualche ambizione in più. Echi di “Chinatown” e “Quarto potere” si mischiano a una messa in scena elegante, molto ricercata sul piano formale e cromatico, intrisa di un’ambiguità erotica impressa sui volti e i corpi dei personaggi (la vedova ex ballerina di Las Vegas, il figlio incapace del magnate, la nipotina intrigante, l’attrice mancata, la matriarca con doppietta…).
Cast misto anglo-americano, con la rediviva Glenn Close che giganteggia invecchiandosi con sapienza. La recitazione è un po’ di maniera, in linea con i canoni del genere, ma sono tutti intonati: Gillian Anderson, Julian Sands, Terence Stamp, Christina Hendricks… L’unico bollito è il protagonista Max Irons, che infatti artisticamente nasce modello: difficile fare il tifo per un detective così poco carismatico, anzi tonto e manovrabile.

Michele Anselmi

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