“TROUBLE NO MORE”, QUANDO BOB DYLAN RINACQUE CRISTIANO BELLE CANZONI, SHANNON BRAVO (QUALCUNO STORCE IL NASO)

La Festa del cinema di Michele Anselmi

Sul senso di Bob Dylan per gli affari non ci piove. Ne ha parlato proprio oggi sul “Corriere della Sera” Pierluigi Battista, dando conto dell’ultima trovata del famoso cantautore americano: il suo discorso di ringraziamento per il Nobel, 23 pagine in tutto, in gergo detto “Lecture”, è stato fatto stampare in un centinaio di preziose copie vendute al prezzo di 2.500 dollari l’una. È possibile, anzi probabile, che anche “Trouble No More”, il bel documentario musicale di Jennifer Lebeau passato alla Festa del cinema di Roma, sia stato realizzato col favore dello stesso Dylan, non fosse altro perché esiste un doppio cd della Columbia, sua storica casa discografica, che si chiama proprio così (sottotitolo: “The Bootleg Serie vol. 13. 1979-1981”).
Trattasi del cosiddetto periodo religioso di Dylan, quando il musicista ebreo, reduce da una serie di batoste artistiche e personali, abbracciò la Fede cristiana attraverso il movimento “Vineyard Fellowship”. Tre dischi furono il risultato di quella svolta, da molti ingiustamente irrisa, per nulla brutti: “Slow Train Coming”, “Saved” e “Shot of Love”. Ebbe a dire in proposito l’interessato: «Il periodo in cui sono stato un Cristiano Rinato fa parte della mia esperienza di vita. Doveva accadere. Quando vengo coinvolto in qualcosa, succede in maniera totale, non marginale».
Il documentario, lungo appena un’ora, non indaga con interviste e testimonianze sui motivi di quella controversa, tuttavia profondamente vissuta, scelta spirituale; però la restituisce in una prospettiva curiosa, cioè alternando straordinari brani di concerti risalenti al biennio 1979-1980 e alcuni sermoni di sapore Battista scritti da Luc Sante e “interpretati”, come se risalissero all’epoca, dal titanico attore Michael Shannon. Non tutti hanno gradito alla Festa di Roma, almeno all’anteprima per la stampa. Un senso di sottile delusione, se non di trasparente disappunto, s’è levato nella sala. Sarà perché ancora oggi c’è chi ama parlare di “botta mistica” a proposito di quel bel mazzo di canzoni, quasi che Dylan fosse impazzito o temporaneamente rincitrullito.
Non è così. Il gospel, che significa Vangelo, è una forma musicalmente alta della musica americana, “nera” e “bianca”. I testi, spesso ispirati ai versetti delle Sacre Scritture, possono piacere o meno, ma custodiscono significati allusivi, riferiti alle strettoie dell’esistenza, di sapore universale, da non intendere sempre alla lettera. Dylan prese molto sul serio la salvifica “chiamata del Signore” e ha ragione la regista quando annota che durante i concerti di quella tournée il musicista «suona come non l’ho mai visto fare: gioioso, euforico, appassionato, disposto a muoversi e danzare sul palco, con la voce in ottima forma». Brani come “Pressing On”, “Gotta Serve Somebody”, “Slow Train Coming”, soprattutto “Do Right To Me Baby (Do Unto Others)” risuonano freschi e pimpanti, anche particolarmente ispirati sul piano compositivo, grazie all’ottima band messa insieme e alle cinque coriste nere a fare da collante.
Semmai colpisce che la Festa non abbia pensato di sottotitolare i testi delle canzoni, in modo da far cogliere meglio agli spettatori i possibili legami sotterranei con i sermoni del “predicatore” Shannon. Peccato. Un direttore come Antonio Monda, cristiano e cattolico dichiarato, nonché autore di un romanzo che biblicamente si chiama “La casa sulla roccia”, magari avrebbe dovuto pensarci.

Michele Anselmi

“Do Right to Me Baby (Do Unto Others)” in una versione simile a quella che si ascolta nel documentario

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