“MUDBOUND”, DAL FANGO NON VIENE FUORI NULLA DI BUONO. MISSISSIPPI 1946: IL RAZZISMO, IL COTONE, LA TERRA E IL KLAN

La Festa del cinema di Michele Anselmi 

Non so voi, ma se vedo che in un film recita Jason Clarke io mi preparo al peggio: lo chiamano sempre per fare cattivi da paura. Se poi nel cast c’è pure Jonathan Banks, be’ non si scampa proprio. Non per niente in “Mudbound”, passato oggi alla Festa del cinema di Roma, incarnano un figlio e un padre razzisti nel profondo Sud americano, ramo Delta del Mississippi. Tratto dal romanzo “Fiori nel fango” di Hilary Jordan (Neri Pozza, 2009), il film della regista afro-americana Dee Rees è una produzione Netflix, quindi non lo vedremo al cinema e di conseguenza non potrà concorrere agli Oscar.
“Mudbound” sta un po’ per “destinato al fango”, in senso metaforico e concreto, tra conati di melmoso razzismo e lutulenta terra da coltivare. Nella giornata di “Borg/McEnroe”, il film ha fatto la parte di Cenerentola, però non è male, anche se un po’ prevedibile e dura un po’ troppo, cioè 134 minuti. È aspro, rurale, pessimista, violento, da “tragedia americana”, in linea con una certa letteratura sudista in bilico tra Erskine Caldwell o alla Flannery O’Connor.
La storia parte dal 1946, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con una fossa da scavare, subito ricolma di acqua e fanghiglia, perché sia chiaro il messaggio. Pochi anni prima i bianchi McAllan si trasferirono laggiù da Memphis per gestire una fattoria, ma anche per loro non è stata una passeggiata di salute. Figuratevi per i neri Jackson, che si ritrovano sul groppone quei padroni segregazionisti, pure impoveriti e a loro volta truffati da altri bianchi. La guerra spedisce al fronte in Europa il fratello sciupafemmine Jamie McAllan e il primogenito Ronsel Jackson, l’uno capitano sui bombardieri B-25, l’altro sergente carrista. La sfangano, è il caso di dirlo, entrambi, e al loro ritorno in quel Mississippi dove niente è cambiato fanno amicizia e molto bevono, sbriciolando pregiudizi e diffidenze, ormai resi diversi dalla guerra. Le rispettive famiglie guardano con sospetto a quel rapporto, peraltro innocente, sanno che non può venirne fuori nulla di buono, e infatti gli incappucciati del Ku-Klux-Klan non tardano a farsi vivi, alla loro truce maniera.
La curiosità di “Mudbound” consiste nel fatto che non esiste una sola voce narrante, ciascuno dei personaggi osserva la faccenda dal proprio punto di vista, dando vita a una molteplicità di sguardi. Certo, la regista parteggia da subito (e noi spettatori pure) per i Jackson, che sono laboriosi, pii, giusti, “moderni” e rispettosi anche nei rapporti familiari; mentre l’unica a far davvero simpatia della famiglia bianca è Laura, la moglie del rude e anaffettivo Henry, che era insegnante e pianista e adesso, madre di due figlie, si ritrova a vivere infelice in un contesto di torva durezza, tra inverni freddi e torride estati.
Insomma, avete capito. L’atmosfera generale ricorda un po’ quella di “Le stagioni del cuore” di Robert Benton, anche se qui tutto è più degradato, realistico, putrido, appunto “muddy”, fangoso. Qualcuno morirà e qualcuno resterà mutilato, ma un barlume di speranza illumina l’ultima inquadratura, per la serie: meglio scappare dal Mississippi.
Cast di prim’ordine: di Clarke e Banks s’è già detto, ma anche gli altri sono intonati alla triste ballata contadina, dall’inglese Carey Mulligan, che parla con perfetto accento sudista, a Mary J. Blige, da Garrett Hedlund a Jason Mitchell. Disponibile su Netflix dal 17 novembre.

Michele Anselmi

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