“LA BOTTA GROSSA”, STORIE DAL TERREMOTO SECONDO BALDONI. DOMANI MATTINA L’ANTEPRIMA AL NUOVO SACHER CON MORETTI

L’angolo di Michele Anselmi

Sandro Baldoni, classe 1954, nato ad Assisi ma cresciuto tra Umbria e Marche, regista di cinema e pubblicitario, infatti girò anni fa un film ironico sul tema intitolato “Consigli per gli acquisiti”, è un uomo colto, di buone letture. Non a caso, nell’incipit del suo nuovo documentario “La botta grossa”, dopo aver parlato di “uno stato d’animo da dopoguerra” a proposito del terremoto dell’agosto e ottobre 2016, recupera la poesia “San Martino al Carso” letta dallo stesso Giuseppe Ungaretti. Ricordate?

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più straziato

Quello di Baldoni è taccuino di viaggio “non oggettivo”, diciamo pure una sorta di “questione privata”. Lui stesso si mostra nella prima scena mentre si aggira, penosamente e con la voce rotta dall’emozione, dentro la casa di vacanza semidistrutta dagli eventi sismici. Non viveva a Campi di Norcia come tanti dei suoi conoscenti, ma certo Baldoni, più di qualsiasi altro, si sforza di restituire lo stato d’animo di quelle popolazioni schiantate dal doppio sisma del 2016, anche se lui si concentra su quello del 30 ottobre. Per fortuna non ci sono stati morti, tra Campi, Castelluccio, Visso e Ussita, e tuttavia quelle scosse sono state “una brutta cosa che ti spacca il cervello, sei appeso al niente, ti restano solo il pudore e la dignità”. Appunto: la botta grossa. Da questo punto di vista il film è un viaggio, neanche troppo piagnone e commosso, dentro il pudore e la dignità di quelle persone: vecchi e bambini, uomini e donne, anche case e animali.
Si parte dalla Proloco di Campi, che ha rappresentato, nel disastro cominciato in un agosto torrido e culminato in un gelido inverno, una sorta di oasi, una trincea collettiva, una prova di saggio auto-governo, contro i ritardi e le distrazioni delle autorità governative. Il film restituisce bene, a volte magari con un eccesso didascalico, il valore acquistato via via da quei locali adibiti a piccola Comune: nei quali dormire, mangiare, passare il tempo, ascoltare la Messa, vedere la televisione, tenersi compagnia.
Ci sono, in “La botta grossa”, pagine particolarmente belle, azzeccate. Eccone alcune. L’apertura dei pacchi venuti da tutta Italia e riempiti di cose inutili: un completo leopardato, una scatola di supposte scadute; il giovanotto che recupera la moto nella casa in cui non era più tornato da ottobre (c’è ancora il piatto ammuffito col pesce e i funghi di quella sera). E ancora: le due donne che fanno le lavatrici in un posto pubblico, gli anziani seduti in cerchio vicino al mare, la rassegnazione dei coltivatori di lenticchie, il sollievo di fronte a quel container minuscolo nel quale ricominciare a stringersi la notte a letto.

Diviso in due tempi (inverno ed estate), “La botta grossa” segue e intervista un nutrito gruppo di persone, nel tentativo, in buona parte riuscito, di documentare situazioni di vita, snodi cruciali, senso di abbandono e di coraggio, voglia di resistere e affondi deprimenti, ricerca di intimità e bisogno di collettività.
L’occhio è oggettivo, non propagandistico. Del resto Baldoni è una persona seria. Il cineasta racconta, appunto, di una Campi quasi retrocessa agli anni Cinquanta con un solo apparecchio televisivo visto da decine di persone; dei contadini di Castelluccio di Norcia inclini al pessimismo; degli “sfollati” al mare che non riescono ad adattarsi all’umidità, specie gli anziani; dell’allevatrice che si trucca al mare e ogni giorni fa avanti e indietro con Ussita in Suv (circa 250 chilometri); infine dell’eremita polacco, ex karateca, che ha ricostruito con le proprie mani l’eremo isolato in mezzo alle montagne in cui vive cercando di portare la parola di Dio tra quelle popolazioni spesso sull’orlo dell’avvilimento. “Il terremoto è come un elefante che corre accanto a te” sospira il religioso, che pure intravvede anche in quella corsa devastante la presenza del Signore.
Si finisce con Baldoni che riesce a recuperare qualche oggetto personale nella casa in cui veniva a passare le estati, così almeno sembra. Ma non si mostra nell’ultima scena, prima della prevedibile canzone di Fiorella Mannoia, in questo caso “Combattente”, facendo della polvere che ha indosso quasi una testimonianza esistenziale. Almeno così mi pare di aver capito.
“La botta grossa” è una testimonianza utile, anche toccante. A tratti, forse, c’è un po’ troppo Baldoni. Baldoni che intervista, che condivide, che riflette, che passeggia, che si commuove, che beve il caffè. Anche se capisco il motivo: il regista si propone, con qualche ragione, come uno di loro, un “terremotato”, benché privilegiato, abitando stabilmente altrove. Film ideale per una serie di proiezioni sul posto, se possibile alla presenza delle autorità nazionali, perché capiscano la differenza che c’è tra il vivere per anni in quelle condizioni e la chiacchiera politico/elettorale sulla ricostruzione (di destra, di centro e di sinistra).

Michele Anselmi
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Domani mattina, domenica 12 novembre, anteprima al Nuovo Sacher di Roma del nuovo film documentario di Sandro Baldoni, “La botta grossa”, alla presenza dell’autore e di Nanni Moretti. L’appuntamento è alle ore 11. Il film, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, sarà nelle sale dal 20 settembre. Ecco alcune altre date.

20-nov FERMO DEGLI ARTISTI ore 21,30 evento
21-nov ROMA FARNESE ore 20,30 evento
22-nov SPOLETO PEGASUS ore 21,30 evento
23-nov PERUGIA POSTMODERNISSIMO ore 21,30 evento
20-21-22-nov ASCOLI PICENO DELLE STELLE – –
24-nov ASCOLI PICENO PICENO ore 21,15 evento
25-nov PESARO METROPOLIS ore 21,00 evento
27-nov MILANO MEXICO ore 21,15 evento
28-nov FIRENZE DELLA COMPAGNIA ore 19,00 evento
04-dic ANCONA AZZURRO ore 21,00 evento
05-dic URBINO DUCALE ore 21,15 evento

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