A proposito dell’oscurantismo bugiardo. Mario Vargas Llosa e la bussola per il presente

Oggi riproduco in sintesi un interessante articolo di qualche tempo fa di Jan Martínez Ahrens, giornalista di El País, che affronta una tematica ingiustamente lasciata cadere dall’intellighenzia italiana, forse perché espressa da uno scrittore, Mario Vargas Llosa, qui da noi a mio avviso ingiustamente ritenuto di cultura conservatrice. Stiamo parlando di un tema quanto mai attuale: “l’oscurantismo bugiardo”. Martínez Ahrens illustra ciò che spiega Vargas Llosa, quando ci avverte che siamo entrati “nell’era della cultura frivola”. In parole semplici è l’avvento della risonanza mediatica per il semplice fatto di stare sullo schermo, sul web o sulla pagina di un giornale.

Lo scrittore peruviano naturalizzato spagnolo, premio Nobel per la letteratura nel 2010, “aveva da un po’ di tempo la sgradevole sensazione che lo stessero prendendo in giro. Cominciò a provarla visitando mostre e biennali, nell’assistere ad alcuni spettacoli, nel vedere determinati film e programmi tv, e gli accadeva anche quando si adagiava in poltrona a leggere certi libri o riviste. In quei momenti, come lui stesso racconta, lo coglieva la sensazione, poco definita al principio, di essere indifeso di fronte a una sottile cospirazione per farlo sentire incolto o stupido”. Preoccupato di sentirsi culturalmente arretrato o forse addirittura incapace di comprendere la modernità, Vargas Llosa decide di scrivere un saggio “La civilización del espectáculo”, edito in Spagna da Alfaguara, al fine di spiegare quanto stava provando di fronte all’esplosione di un cultura a lui sempre più incomprensibile. Nel saggio affronta la trasformazione della cultura in un caos nel quale “poiché non c’è modo di sapere che cosa sia cultura, tutto è cultura e più nulla ormai lo è”. È il prevalere del frivolo, ormai dominus del nostro intrattenimento quotidiano. L’assolutismo del fatuo e dei suoi sinonimi, futile, vacuo, salottiero, ormai domina non solo ogni forma di sapere, ma tutto ciò che viene rimbalzato sui media, dalla televisione al web.

Possiamo difenderci da tale offensiva? La risposta è sì, ma con juicio: “si può senz’altro sperare in un rinnovamento della vita culturale e che essa abbandoni il tratto sempre più frivolo, superficiale, che è una delle sue caratteristiche principali oggi. Non l’ unica, perché ci sono eccezioni alla regola, per fortuna. Questa banalizzazione ha delle conseguenze non solo nel campo della cultura, ma in tutti gli altri. Per questo nel libro mi riferisco alla politica, alla vita sessuale, ai rapporti umani. Tutte queste cose possono essere molto colpite se la cultura vive nella banalizzazione, nella ‘frivolizzazione’ permanente”. Vargas Losa cita la sua visita alla Biennale di Venezia, dove alcune opere degli artisti esposti lo mettono di fronte a un dubbio. O è lui che non capisce, pensa, oppure sono gli altri a prendersi gioco del comune mortale. “Ricordo lo shock che fu per me, qualche anno fa, visitare la Biennale di Venezia, che era un vetrina del prestigio e della modernità, dello sperimentale. A un certo punto, dopo averla percorsa per un paio d’ ore, giunsi alla conclusione che lì c’era molta più frode e imbroglio che serietà, che profondità. Per me fu un’ esperienza piuttosto importante, che mi portò a riflettere”. Per difendersi dal dubbio di non aver capito e di essere diventato improvvisamente idiota, lo scrittore si rifugia nella lettura dei classici, della grande tradizione pittorica, della musica classica, insomma in tutto ciò che gli sembra “dare un senso, un ordine, un’ organizzazione al mondo… Credo che sarebbe una tragedia se proprio in un’ epoca in cui c’è un progresso tecnologico, scientifico e materiale straordinario, la cultura si trasformasse in puro intrattenimento, in qualcosa di superficiale, lasciando un vuoto che niente può riempire, perché nulla può sostituire la cultura quando si tratta di dare un senso più profondo alla vita”.

Qual è dunque il pericolo che ci troviamo di fronte quando siamo assaliti dal sospetto di non capire la contemporaneità? Torno alla citazione: “oltre alla frivolizzazione, c’è un oscurantismo bugiardo che identifica la profondità con l’oscurità e che ha portato la critica a degli estremi di specializzazione che la mettono al margine rispetto al cittadino comune, all’uomo mediamente colto al quale prima la critica serviva per orientarsi davanti a un’ offerta così enorme”. Al giornalista che lo intervista, Vargas Llosa risponde così: “non tutti possono essere colti alla stessa maniera, non tutti vogliono essere colti alla stessa maniera e non tutti dovrebbero essere colti alla stessa maniera, ci mancherebbe. Ci sono dei livelli di specializzazione che sono spiegabili, a condizione che la specializzazione non finisca col voltare le spalle al resto della società, perché allora la cultura smette di impregnare l’insieme della società, scompare quel consenso, quei denominatori comuni che ti permettono di discriminare tra ciò che è autentico e ciò che è posticcio, tra ciò che è buono e ciò che è cattivo, tra ciò che è bello e ciò che è brutto”.

Insomma questa ondata di frivolezza che spazia dalle presenze in tv dei soliti noti alla cucina alla moda cosa comportano per lo spettatore? Comportano un “quadro di valori completamente confuso, il sacrificio della visione a lungo termine per quella a breve termine, per l’ immediato. Lo spettacolo è proprio questo”. I critici dello scrittore lo accusano di essere arretrato e di idealizzare un passato che non tornerà. A loro risponde: “non sono un conservatore in quel senso, proprio no, e so che nel passato, al tempo stesso di Cervantes e di Shakespeare, esisteva la schiavitù, il razzismo più spaventoso, il dogmatismo religioso, l’Inquisizione, i roghi per i dissidenti… So benissimo che il passato porta con sé tutto questo, ma al tempo stesso non si può negare che in quel passato c’erano cose molto ammirevoli, che hanno segnato profondamente il presente, che hanno arricchito la vita delle persone, la sensibilità, l’immaginazione. E quella era un funzione che aveva l’alta cultura, e oggi non si può nemmeno parlare di alta cultura, perché sarebbe scorretto, politicamente scorretto”. Caro lettore di Cinemonitor che ne pensi di tutto ciò?

Roberto Faenza

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