“OGNI TUO RESPIRO”, L’UOMO CHE EVASE DALLA POLIOMIELITE. STORIA VERA, SI PIANGE E SI RIDE. PIACERÀ A PAPA FRANCESCO?

L’angolo di Michele Anselmi

Non sorprende che “Ogni tuo respiro” nasca dall’iniziativa di un produttore cinematografico che si chiama Jonathan Cavendish. Unico figlio di Robin e Diana Cavendish, ha voluto raccontare la storia vera, verissima, dei suoi genitori, uno dei quali, il padre, visse paralizzato per 36 anni, capace solo di parlare e muovere la testa, grazie a una macchina di ventilazione attaccata costantemente alla sua trachea. Infatti recita “Breathe”, cioè “respirare”, il titolo originale del film, nelle sale con Bim da giovedì 16 novembre.
La malattia gravemente invalidante, al cinema, è una brutta bestia. Salgono alla mente, sul tema, titoli come il recentissimo “Stronger”, oppure “La teoria del tutto”, “Quasi amici” e “Mare dentro”, volendo il più remoto “Di chi è la mia vita?”, e ogni volta ti chiedi se esiste un modo onesto per restituire sullo schermo la pena, il dolore, l’umiliazione, diciamo pure la concretezza sgradevole, di queste storie strazianti.
Nel debuttare alla regia l’attore Andy Serkis, che fu Gollum nella saga “Il Signore degli Anelli”, ha scelto la chiave giusta: biografica, molto “british”, accurata nella ricostruzione, trapunta di torsioni drammatiche e situazioni buffe, perché la vita è complessa, sorprendente, anche quando travolta dall’handicap. D’altro canto, la vicenda in questione è pure esemplare, nel senso che la determinazione dei Cavendish riuscì a sbullonare pregiudizi, consuetudini e teorie mediche, aprendo la strada a una diversa considerazione dei malati di poliomielite.
Perché di questo si parla. Giovani, belli e appena sposati, Robin e Diana si ritrovano in Kenya nel 1958. Lui, nel fulgore dei suoi 28 anni, accusa un cedimento giocando a cricket con gli amici, di lì a poco crolla, la febbre lo divora e si ritrova paralizzato, attaccato a un respiratore, murato vivo in una specie di ospedale. Gli danno pochi mesi di vita, lui chiede solo di farla finita, neanche riesce a guardare il figlio appena nato, appunto Jonathan, il futuro produttore; ma Diana, che sembrava solo una ragazza viziata, usa gli ultimi risparmi per comprare una vecchia casa in campagna e, contro il parere di tutti, trasferisce lì il marito. Quanto vivrà? Non importa. Invece accade il miracolo. Con l’aiuto di un geniale amico inventore e dei bizzarri fratelli gemelli di lei, Robin ritrova la voglia di combattere, di vivere, di assaporare quell’esistenza immota attraverso piccoli grandi passi, anche di viaggiare, prendere l’aereo e di rimettersi in gioco. La parola e il bell’aspetto lo aiutano, presto diventerà una testimonianza vivente contro chi vuole seppellire i poliomielitici dentro torve camerate ospedaliere o in avveniristici centri ancor più disumani (l’episodio in Germania fa davvero impressione).
Può darsi che “Ogni tuo respiro” la faccia un po’ facile, tacendo qualcosa in chiave di spettacolo a tratti edificante, e tuttavia la ballata di Robin e Diana alterna momenti di intensa suspense e amabili eccentricità, antiche leggende Mau-Mau e gite in Spagna al suono di “Wanderin’ Star” cantata da Lee Marvin. Intendiamoci, la malattia non viene edulcorata, alcune sequenze sono strazianti, soprattutto a mano a mano che si avvicina la fine, nel 1994, raccontata con pudore e onestà, in una chiave che oggi potremmo definire di “suicidio assistito”. D’altro canto, anche papa Francesco, sul tema, ha appena detto parole illuminanti, quasi rivoluzionarie per la Chiesa.
L’anglo-americano Andrew Garfield, che fu Spider-Man, missionario gesuita in “Silence” e soldato disarmato di “La battaglia di Hecksaw Ridge”, si produce in una di quelle interpretazioni estreme, tutta voce e mimica facciale, che piacciono ai giurati dell’Oscar; ma la rivelazione è Claire Foy, che qualcuno ricorderà nei panni di Elisabetta II in “The Crown”, e qui sfodera una bellezza intensa e una grinta soave da Moglie Coraggio.

Michele Anselmi

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