ESCE “GLI SDRAIATI”, SUL TEMA CONSIGLIO DI RIVEDERE “SCIALLA!”. ARCHIBUGI PRENDE IL LIBRO DI SERRA E MOLTIPLICA LE STORIE

L’angolo di Michele Anselmi

Va bene tutto. Quando uscì “Gli sdraiati”, nel senso del romanzo-confessione di Michele Serra, il recensore Massimo Recalcati lo definì su “la Repubblica”, il quotidiano dove scrive lo stesso Serra, “imperdibile”. E giù a citare Freud e Deleuze, il biblico Gacobbe e “Pastorale americana” di Philip Roth, “lo spinozismo panteistico” e le portulache. Era il 2013, il libro ebbe molto successo, non c’era festa di compleanno che non lo prevedesse in forma di regalo Feltrinelli (ricordo che un mio amico se ne ritrovò tre copie in una botta sola), e sarà anche per questo che Francesca Archibugi ha deciso di ispirarsi al best-seller nel farne un film a due anni da “Il nome del figlio”, che però era tratto da una commedia francese.
Qualcosa ci dice che “la Repubblica” parlerà molto bene anche del film, benché esso prenda abbastanza le distanze dalla pagina scritta: dove c’era una lunga lettera di un padre a un figlio che non ottiene risposte, adesso c’è quello che la regista di “Mignon è partita”, coadiuvata alla sceneggiatura da Francesco Piccolo, definisce “la nostra storia, un romanzo famigliare”. Però resta Claudio Bisio nel ruolo del padre, il quale aveva già portato a teatro il monologo “Father and Son”, come la canzone di Cat Stevens, a sua volta ispirato al testo di Serra.
Se nell’immagine classica è Enea che si carica il vecchio Anchise sulle spalle mentre brucia Troia, un po’ come succedeva nel divertente e profondo “Scialla!” di Francesco Bruni, quasi un’anticipazione romana de “Gli sdraiati”, Archibugi spiega di aver voluto rovesciare il punto di vista: nella sua “Odissea” contemporanea, ambientata nel cuore elegante ed esclusivo di Milano, a Porta Nuova, è Anchise che si carica sul groppone figli più grossi di lui: “li consola, li giustifica, li subisce, li mantiene”.
Chi siano “gli sdraiati” lo sapete tutti: quei tardo adolescenti, di solito benestanti e annoiati, che vivono in una sorta di godimento autistico, in attesa spesso del nulla, dentro case, cito Serra, “dove tutto rimane acceso, niente spento, tutto aperto, niente chiuso, tutto iniziato, niente concluso”. Non bisogna essere genitori per conoscerli, in genere non sai bene come prenderli, sbuffano e sfotticchiano, esercitano uno strapotere che in realtà nasconde un’irresolutezza esistenziale, forse solo il più completo disinteresse (per le cose che piacciono ai grandi). “Mai provato con un paio di sberle?” consiglia da un letto d’ospedale uno del popolo, e magari qualcuno in sala sorriderà, ma sappiamo tutti che il consiglio è impraticabile.
Naturalmente ha ragione Archibugi quando spiega che “noi raccontiamo dei pezzi unici, Giorgio il padre e Tito il figlio”, e tuttavia il racconto ambisce ad essere universale, e qui forse è il film che rischia di sdraiarsi parecchio, come i suoi sei giovanotti di varia estrazione sprofondati nel divano di casa Selva, tra cellulari smarriti e qualche wurstel crudo rimasto tra i cuscini.
La storia, in breve, è questa. Giorgio Selva, cioè Bisio, è un famoso presentatore televisivo separato dalla moglie che non vuole vederlo e con un figlio, appunto Tito, cioè Gaddo Bacchini (Gaddo?), che lui accudisce come un onesto padre di sinistra, ricevendo in cambio pernacchie e scenate. Giorgio si sente escluso dal mondo del figlio, ne soffre, non sa più come comportarsi, e quindi fa precipitare le cose; mentre Tito, innamorato della tosta Alice, figlia di una sciroccata che anni prima fu donna delle pulizie dai Selva e occasionale amante del padrone di casa, dà il meglio di sé solo fuori dal contesto casalingo, dove riesce ad essere naturale, generoso, estroverso, anche curioso. Insomma, avete capito.
Il tema dell’incesto possibile serve al film per complicare un po’ le cose e introdurre un elemento di buffo sospetto, diciamo un sottotirante drammaturgico. Ma non stanno qui i problemi di “Gli sdraiati”. La commedia è graziosa ma flebile, ben girata ma un po’ stiracchiata, una certa “carineria”, la stessa che all’inizio della carriera fu ingiustamente rimproverata ad Archibugi, torna qui nelle chiacchiere dei ragazzi, negli affanni degli adulti, nella descrizione di quel mondo benestante. A parere di chi scrive ci sono solo due scene davvero belle, perché scritte e recitate con cura: quando Bisio si confessa con la fragile mamma di Alice, interpretata da Antonia Truppo; e quando Bisio, peggiorando le cose, trascina il figlio dall’insinuante psicoanalista incarnato da Giancarlo Dettori.
Nelle sale da giovedì 23 novembre con Lucky Red.

Michele Anselmi

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