SU SKY PASSAVA IERI SERA “LETTERE D’AMORE” DI MARTIN RITT. SCARPELLI AVEVA RAGIONE: UN REGISTA COSÌ CE LO SOGNIAMO

L’angolo di Michele Anselmi

Ieri sera passava in tv su Sky, a tarda ora, “Lettere d’amore” di Martin Ritt. Titolo italiano pessimo, l’originale recitava più semplicemente “Stanley & Iris”. Il film uscì nel 1990, quello stesso anno il regista morì. Aveva 76 anni, problemi di cuore. Fu considerato un film minore, e certo tale è rispetto a titoli come “La lunga estate calda”, “Hombre”, “La spia che venne dal freddo”, “I cospiratori”, “Il prestanome”, “Norma Rae”, solo per dirne alcuni tra i tanti; e tuttavia ricordo quello che mi diceva Furio Scarpelli, il gran sceneggiatore della commedia italiana, il quale molto amava il cinema di Ritt, considerandolo tra i migliori. Cinema di impegno civile ma non ideologico, capace di raccontare le magagne americane con palpito operaista, ma anche fortemente ancorato al cosiddetto fattore umano: amori, amicizie, tradimenti, la fatica del vivere, la voglia di ribellarsi, le ingiustizie provocate dal capitalismo, la malapianta del maccartismo.
“Lettere d’amore” racconta una storia ordinaria e straordinaria allo stesso tempo. Nell’America di fine anni Ottanta si assisteva a uno strano fenomeno che potremmo definire “analfabetismo di ritorno”. Così ecco l’amara vicenda, desunta in realtà dal romanzo inglese “Union Street”, che intreccia i destini di un cuoco addetto a una mensa industriale, Stanley, e di un’operaia non più giovane vedova con due figli, Iris. Stanley non sa leggere e non sa scrivere, si vergogna di quell’handicap, ma non riesce a far nulla, anche perché deve occuparsi del vecchio e amatissimo padre; Iris, pure alle prese con la figlia incinta, si accorge delle attenzioni dell’uomo, peraltro appena licenziato, e accetta di insegnargli l’alfabeto.
Robert De Niro e Jane Fonda erano, all’epoca, due divi piuttosto ingombranti, capaci insomma di riempire di sé i rispettivi personaggi proletari. Invece, ecco la grandezza di Martin Ritt sia pure dentro una confezione un po’ all’antica, li guardi come fossero veri, presi dalla vita, non pensi un attimo al loro carisma da star, “sono” proprio Stanley e Iris, specie a vedere il film in lingua originale con i sottotitoli, come ho fatto, scoprendolo quasi nuovo.
Da noi in Italia, lo so, non si farebbe mai un film su una storia del genere. E anche se si facesse non mi viene in testa un regista capace di girarlo. Forse solo Paolo Virzì, a patto però che non lo scriva con Francesco Piccolo e Francesca Archibugi.

Michele Anselmi

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