DETROIT LUGLIO 1967: BIGELOW RIEVOCA L’OMICIDIO DI TRE NERI. IL FILM COME UN INCUBO ATROCE, PURTROPPO È TUTTO VERO

L’angolo di Michele Anselmi

Diciamolo subito: “Detroit” è un film a tratti insostenibile, ci si rigira nervosamente sulla sedia a causa della violenza psicologica e fisica che ricostruisce, quasi a volerci atterrire, farci sentire a disagio, persi di fronte a ciò che stiamo vedendo. Non per niente ha spiegato la regista Kathryn Bigelow: “Il cinema parla al subconscio, chiede un coinvolgimento attivo. In questo caso volevo mettere lo spettatore dentro il Motel Algiers, così da fargli vivere l’esperienza quasi in tempo reale”.
Le sanguinose rivolte razziali che devastarono Detroit nell’estate del 1967, nate un po’ per caso in seguito a un’irresponsabile retata di neri o forse no, il disagio covava da anni, sono lo sfondo fiammeggiante nel quale Bigelow inserisce l’episodio cruciale di un triplice omicidio. Tre giovanotti di colore restarono per terra, uccisi senza motivo da altrettanto poliziotti, uno dei quali, il capo forsennato e ormai fuori controllo, è incarnato da Will Poulter, un giovane attore inglese di 25 anni che qui fa davvero molta paura. Storia vera, verissima, anche se gli sbirri alla fine uscirono assolti dal processo.
Tutto cominciò quando da una finestra del motel furono esplosi da un irresponsabile balordo due o tre colpi con un’arma giocattolo. Pessima idea: Guardia nazionale e Polizia locale, temendo fosse un ennesimo cecchino, confluirono in massa e a quel punto la serata si trasformò in una specie di Bolzaneto. Percosse, torture, brutalità, umiliazioni, minacce, finte esecuzioni: infine la morte vera. Tutto nella notte tra il 25 e il 26 luglio del 1967, appunto al Motel Algiers di Detroit.

Il film non ha avuto un gran successo in America, poco più di 20 milioni di dollari al botteghino, ma chissà che il resto del mondo non gli regali un risarcimento. Da noi, dopo l’anteprima alla Festa di Roma, esce oggi, 23 novembre, distribuito da Eagle Pictures. Certo non è una passeggiata, dura 143 minuti, è alimentato da una tensione crescente che culmina in un lunga e crudele parte centrale, probabilmente deluderà un po’ i fan più incalliti della regista 66enne che si fece conoscere nel 1987 con una sorta di western vampiresco intitolato “Il buio s’avvicina”.
“Detroit”, secondo una struttura classica del cinema americano, presenta ad uno ad uno i vari personaggi, perlopiù afroamericani, per poi farli confluire in quel maledetto motel. Ci sono un aspirante cantante di soul col suo amico, un sorvegliante ingaggiato per difendere i negozi dagli “sciacalli”, un ex paracadutista appena tornato dal Vietnam, due disinvolte ragazze bianche dell’Ohio in minigonna, eccetera. Tutti innocenti, pacifici, forse un po’ irresponsabili, “colpevoli” solo di ritrovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Frutto di una ricostruzione dei fatti scrupolosa, almeno così assicurano Bigelow e il suo sceneggiatore Mark Boal, “Detroit” ricostruisce con stile simil-documentaristico, anche nella concitazione e nello stile, l’impazzimento collettivo che mise a ferro e fuoco la città della Ford. Grande lavoro del direttore della fotografia Barry Ackroyd e dello scenografo Jeremy Hindle, gli interpreti sono tutti bravi e convincenti, sia pure nella cifra survoltata connessa agli eventi tragici. Lo sdegno morale è assicurato, e certo Bigelow non fa sconti a nessuno, tanto più alla luce delle vergognose “verità” processuali. Ciò detto, senza nulla togliere alla potenza disturbante del film, “The Hurt Locker” e “Zero Dark Thirty” mi erano piaciuti parecchio di più.

Michele Anselmi

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