Cronache dal Trumpworld

In queste settimane i media hanno fatto il punto su un anno di Trump (in realtà il suo mandato è iniziato solo a gennaio 2017). Sto scrivendo dall’America e mi ha stupito che ancora ci si chieda come sia stato possibile. Se invece di informarci stando seduti a guardare i notiziari che scorrono a Times Square, fossero andati tra la gente avrebbero capito perché. Intanto una scoperta: ci avevano spiegato che gli elettori dell’uomo dal ciuffo color zenzero erano stati in maggioranza bianchi, poveri, blu collar, conservatori e repubblicani. Adesso invece l’American National Election Study rivela che non è vero niente. Almeno due terzi sono elettori di varie classi sociali, benestanti, con un reddito spesso superiore ai 100.000 dollari, molti dei quali provenienti dalle fila dello stesso partito democratico, in odio alla Clinton.

Sono in giro con un accompagnatore d’eccezione, Mario Capecchi. Con lui mi accingo a raccontare in un film la sua incredibile storia di quando sotto la guerra viene abbandonato bambino nelle montagne del nord Italia. Emigra a 10 anni in America, dove lo considerano irrecuperabile perché selvaggio e analfabeta. Lottando, diventerà Nobel per la medicina. Stiamo visitando la comunità quacchera in Pennsylvania dove è cresciuto e dove al solo nome di Trump alzano gli occhi al cielo inorriditi. Ha vinto perché ha saputo parlare al ventre del paese, stanco di un presidente dalla pelle nera, la cui elezione era stata uno shock mai elaborato. Quella parte del paese non poteva digerire un secondo affronto, mandando alla Casa Bianca una donna, schierata con le minoranze e non ostile verso gli immigrati. Trump è bravo a spargere illusioni: “sapendo fare perfettamente i miei affari, posso fare lo stesso con i vostri”. Parla come i salesman e in questo somiglia al nostro Berlusconi. Per capire cosa sta accadendo consiglio di leggere “Between the world and me”, dell’afroamericano Ta-Nehisi Coates, che si rivolge al figlio quindicenne per attrezzarlo a vivere in un paese destinato al peggio.

Già l’idea di erigere una muraglia ai confini del Messico per impedire a un fiume di disperati di guadagnare qualche dollaro, sfruttati come sotto lo schiavismo, dimostra le idee dell’uomo della Casa Bianca. Per fortuna la costruzione, lunga 650 miglia, il cui costo è di 40 miliardi di dollari, è rimandata perché non ci sono i soldi. Trump li ha chiesti al presidente messicano, che ha risposto con una risata. Il Trumpworld è un regno che somiglia a Disneyland. Abituato alle porte d’oro massiccio della sua magione di New York, quando il piccolo Trump jr., undici anni, è entrato alla Casa Bianca ha chiesto: papà, ma siamo diventati poveri? Non è una battuta, è questo il mondo in cui si muove il presidente. La cosa più assurda è che lo ha votato un gran numero di diseredati, senza capire che avrebbe fatto diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Vedi l’annunciato taglio delle tasse dal 35% al 20%, che favorirà soprattutto le corporation e i magnati. Dobbiamo però ammettere che l’America di Trump sta correndo verso un benessere insperato. L’economia tira, la disoccupazione è scesa al 4,1%, la più bassa da 17 anni, la borsa macina ogni settimana plusvalenze, sono stati promessi 25 milioni di nuovi posti di lavoro, un’enormità mai raggiunta. Dunque tutto bene?

Avendo insegnato qui per vari anni sono abituato a diffidare e a informarmi di persona. Quando i media pensavano che Trump non ce l’avrebbe fatta gli sparavano contro, adesso che l’economia tira persino il New York Times s’è fatto rispettoso. Chiedo a Wilder Knight, un avvocato di Wall Street che ha lavorato con Trump ma non l’ha votato, cosa pensa di quest’ondata di euforia. La sua risposta è netta: il presidente sta promettendo la luna, come la sparata di investire mille miliardi di dollari in infrastrutture. Per farlo dovrà indebitarsi smisuratamente. Trump sta amministrando l’America come uno dei suoi casinò. Gioca con le promesse, quasi fosse seduto al tavolo della roulette. Un costruttore importante che incontro, Michael J. Kosoff, prevede che di questo passo da qui a tre anni ci sarà un nuovo crack finanziario, come quello del 2007. Dovesse accadere, la voragine si estenderà al mondo intero e in primis a noi.

Quando pensiamo alla crisi che ancora paghiamo di tasca nostra, pochi ricordano che è iniziata in America con la bolla immobiliare, dunque non per colpa nostra. Solo che gli americani si sono ripresi, noi invece siamo ancora a leccarci le ferite. Betty Lou, una insegnante di high school, mi racconta che il Trumpworld è un paese dove c’è un riccone che ha pagato 17 milioni di dollari all’asta per il Rolex d’oro di Paul Newman. È il paese dove in una città come Chicago c’è una sparatoria ogni 2 ore, con oltre 8.000 morti in 6 anni. È il paese dove puoi comprare per strada un fucile a pompa a 75 dollari e infatti si vedono i risultati. È il paese dove in California a spegnere gli incendi assoldano i detenuti e li pagano un dollaro all’ora per rischiare la vita. È la terra dove negli ultimi 12 mesi sono state registrati 64.070 morti di overdose per lo più giovani. Ed è il paese dove il Ku Klux Kan ora che c’è Trump accorre ai suoi comizi e applaude imbracciando le armi di fronte a centinaia di poliziotti che restano a guardare.

Sento il mitico Harry Belafonte, che da poco ha compiuto 90 anni. È figlio di emigrati giamaicani e forse esagera, ma secondo lui “Hitler non è così lontano da casa nostra”. Per Daniel Radcliff, il protagonista di Harry Potter, Trump somiglia più a un clown che a una persona reale e gli ricorda Lord Valdemont, il mago della saga dal volto sfigurato. In questi giorni Trump, tornato dalla Cina, gode alla grande vedendo al tappeto i divi di Hollywood, che gli è sempre stata contro, annichiliti sulla scia del caso Weinstein. Molti sperano che l’uomo non duri, raggiunto da un impeachment per le sue connessioni elettorali con la Russia. Alec Baldwin, l’attore scelto da Woody Allen per il suo film su Roma, definisce Trump “un malato di mente” e si dice certo che non arriverà al 2019. Non so se sperarlo, considerando che al suo posto salirebbe l’attuale vice, Mike Pence, ancora più reazionario, uno che se potesse metterebbe in galera i gay e i medici abortisti. Se le cose si mettessero davvero male, credo che per restare in sella Trump tirerebbe fuori l’asso dalla manica di un bombardamento sulla testa di Kim, il pazzo nordcoreano. Un po’ come fece a suo tempo Bill Clinton, quando nel 1998, due giorni prima della richiesta di dimissioni per aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinsky, si salvò bombardando l’Irak con la missione “Desert Fox”.

A Berlusconi, che si lamenta di essere perseguitato dai giudici, può far piacere sapere che Trump è già stato citato in giudizio 134 volte. Ho sentito il nostro Renzi dichiarare in televisione una sciocchezza e cioè che “chi vince ha sempre ragione”. Venga a dirlo qui alla gente che all’idea di avere Trump per otto anni vorrebbe emigrare. Se il presidente teme la magistratura, non è che Hillary Clinton stia molto meglio. Viene accusata di avere pagato agenti segreti per infangare il rivale, costruendo dossier. Né può difenderla il Partito Democratico, in stato di catalessi e senza più un leader, nonostante i recenti successi in Virginia e New Jersey. Continuando il mio giro, mi reco alla George School a Newtown, un college di eccellenza. Qui ho l’occasione di parlare con studenti e docenti e farmi un’idea di come si vive nell’era di Trump. Se gli studenti sono preoccupati (la Casa Bianca intende tagliare i finanziamenti all’istruzione), i docenti lo sono per le sue posizioni. Ha dichiarato che il problema del surriscaldamento del globo non sussiste. Infatti preme per tornare al carbone, nonostante sia stato appena contraddetto dalle sue stesse agenzie federali, cosa mai accaduta a un presidente in carica.

La gente che ha scelto Trump soffre la povertà e si sente emarginata. Impoverita dalla globalizzazione, odia il capitalismo, ma non si accorge di avere eletto il suo massimo esponente. Ora però molti cominciano a ripensarci e infatti il suo indice di popolarità è sceso in caduta libera al 39%. Basti pensare che Bush nel momento di massima disgrazia era al 56%. Sono le contraddizioni di un’America che non può non preoccuparci. Ma noi italiani possiamo dirci molto diversi, se è possibile che Berlusconi torni a governarci?

Roberto Faenza

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