ECCO “HAPPY END”, UN TITOLO DA NON PRENDERE SUL SERIO. PURTROPPO HANEKE È PIÙ SADICO DEL SOLITO COL PUBBLICO

L’angolo di Michele Anselmi

Trattandosi del sadico regista austriaco Michael Haneke, il titolo “Happy End” va letto per antifrasi, giacché manca del tutto il lieto fine in questa fosca storia di famiglia, e comunque non sarebbe quello che auspica per sé uno dei sette personaggi principali. Lo so, Haneke è uno dei grandi del cinema europeo. In effetti ha sfornato negli anni titoli memorabili come “Il nastro bianco”, “La pianista” e “Amour” (meglio sorvolare invece sui due atroci “Funny Games”), pare che “The Times” l’abbia definito “il Mozart del ventunesimo secolo” e il festival di Cannes lo tratta da sempre coi guanti bianchi. Si sa, il canuto Haneke adora sconvolgere e irritare il suo pubblico, lo fa anche bene. Ma “Happy End” non è una riuscita, pure a vederlo in una chiave di Grande Allegoria sui temi cari all’austriaco: l’ossessione voyeuristica, il controllo sociale, i miasmi dell’avidità, l’illusione dell’armonia, la morte della misericordia.
Anche qui, un po’ come succedeva in “Niente da nascondere” del 2005, forse da rivalutare, c’è qualcuno che spia e riprende di nascosto qualcun altro. Haneke deve aver scoperto la fotocamera del cellulare, infatti va avanti per un bel pezzo nel mostrare, isolando l’immagine con due fondi neri ai lati in modo da restituirne il formato verticale, quanto viene catturato da un I-phone. Vediamo una donna di spalle mentre si prepara per la notte davanti allo specchio di un bagno (naturalmente sentiamo anche la pipì); un criceto in una gabbia che non sta tanto bene a causa di certe gocce; infine un cocktail letale di medicinali e psicofarmaci pronto per l’uso.
Siamo a Calais, nord della Francia, in quello che fu il regno di una potente famiglia di costruttori, i Laurent, ormai sull’orlo del collasso, non solo economico. Un crollo recente, dentro un enorme cantiere, ha provocato una vittima tra gli operai, la causa di risarcimento rischia di essere assai onerosa. E intanto, nella sontuosa quanto intristita magione, il gioco al massacro va forte.
La volitiva Anne, decisa a risposarsi con un inglese bruttarello, prova a tenere insieme quel che resta dell’azienda, ma il figlio Pierre è un fesso esibizionista, pure un po’ anarcoide, che non ci sta con la testa; il fratello Thomas, un inguaribile anaffettivo, tradiva prima la moglie che si uccise e ora la nuova compagna, sotto lo sguardo impassibile della tredicenne Eve, che poi è la ragazzina che filma; quanto al patriarca, l’85enne Georges ormai sulla sedia a rotelle, tutto lo disgusta e l’annoia, vorrebbe solo morire, ma non trova nessuno che l’aiuti a farla finita, o forse sì.
La famiglia alto-borghese marcia e viziosa, naturalmente infelice ma incollata ai riti del benessere dinastico, è un classico del cinema. Haneke si diverte a sezionare col suo cine-bisturi la carne rinsecchita dei Laurent, in un’atmosfera da Crollo Finale che intreccia sesso, affari, meschinità, corna e scenate. Ma siccome sarebbe banale farlo in modo da tener sveglia l’attenzione dello spettatore, ecco l’idea di destrutturare il tutto mischiando i formati della visione, adottando lunghi piano-sequenza, evitando campi e controcampi, stiraracchiando fino allo spasimo ogni scena, casomai ci fossimo persi qualcosa. Il tono vorrebbe essere anche “comico”, in chiave di satira asprigna e feroce sulla crisi dell’Occidente di fronte all’immigrazione, forse pure del cinema. Ma intanto, avviati sul piano inclinato della storia, si guarda spesso l’orologio.
Nel ricco cast francese spiccano i nomi di Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert e Mathieu Kassovizt, ma neanche loro possono granché, sarà perché tutto resta nella capoccia di Haneke, in un gioco di torsioni erotiche, feticismi di classe e suggestioni cromatiche. Naturalmente si fa il tifo per il patriarca misantropo, stanco di vivere, che Trintignant incarna con la consueta bravura senile. Purtroppo i due fulminanti dialoghi col barbiere e la nipotina non bastano a far digerire il resto. Il tutto dura quasi due ore. Nelle sale da giovedì 30 novembre, con Distribuzione Cinema.

Michele Anselmi

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