L’insulto. Una questione privata tra religione e giustizia

Libano. Yasser, palestinese, è il capomastro di una ditta edile che sta conducendo dei lavori di ristrutturazione in un quartiere di Beirut, ha una moglie e vive in un villaggio profughi. Toni, libanese cristiano, possiede un’autofficina a pochi metri da casa di Yasser, ha una moglie e presto diventerà padre. Un giorno, Yasser, lavoratore onesto e scrupoloso, nota che lo scolo dell’acqua del balcone di Toni non è a norma. Vorrebbe aggiustarlo, ma Toni non gli permette di entrare in casa. Yasser lo ripara comunque e Toni lo distrugge con un martello. Vola una parola di troppo e il gioco è fatto. Toni pretende delle scuse da Yasser, ma lui si rifiuta di porgergliele. Quando sembra convincersi che sia la cosa migliore, spinto dalla paura di perdere il suo amato lavoro, Toni offende Yasser scatenandone la rabbia. Quella che sembrava una semplice questione privata assume così proporzioni bibliche, arrivando fin davanti a un’aula di tribunale e diventando poco a poco un caso nazionale.

Candidato per il Libano agli Oscar 2018 come migliore film straniero, L’insulto è ispirato a un episodio realmente accaduto al regista Ziad Doueiri, deciso ad offrire allo spettatore uno sguardo sulla società libanese che è anche un racconto asciutto e ben articolato sulla difficile convivenza tra due religioni, un film asciutto in cui ogni cosa è al suo posto senza inutili fronzoli o giri di parole. Si tratta di uno scontro che non è solo religioso, ma affonda le sue radici nel cuore dei protagonisti che portano con sé il dramma di una condizione di sofferenza difficile da superare e che, dopotutto, li rende più uguali di quanto si creda. A trent’anni dalla fine della guerra civile libanese, gli animi sono ancora così provati dal rancore e dall’odio che lo sgocciolio di una grondaia è sufficiente per riportare a galla la rabbia sopita. Rancore, orgoglio e risentimento sono in effetti gli elementi cardine di L’insulto: non c’è scena in cui, in un modo o in un altro, non affiorino prepotentemente rendendo la narrazione non solo potente nel messaggio trasmesso, ma sempre avvincente e senz’altro mai noiosa. In sala dal 6 dicembre.

Stefania Scianni

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