“SMETTO QUANDO VOGLIO” ULTIMO ATTO: LA RESA DEI CONTI. PER SALVARE LA SAPIENZA BISOGNA SALVARE… “LA SAPIENZA”

L’angolo di Michele Anselmi 

Per salvare la sapienza (intesa come conoscenza) bisogna salvare la Sapienza (intesa come università). Gira attorno a questo semplice concetto il terzo e ultimo episodio del trittico “Smetto quando voglio”, in questo caso indicato dal sottotitolo “Ad Honorem”. Non a caso tutto l’epilogo è ambientato, in un crescendo di suspense, nell’aula magna del famoso ateneo, sotto il gran dipinto murale di Mario Sironi “L’Italia fra le Arti e le Scienze”. Lì, mentre un rettore vanesio e un ministro ridicolo stanno per conferire alcune lauree “ad honorem”, la mitica banda dei ricercatori guidata dal povero Pietro Zinni deve trovare il modo di neutralizzare il gas nervino nascosto da un diabolico vendicatore del ramo perché faccia una strage e decapiti i vertici dell’Istruzione italiana. Che dite: ci riusciranno?

All’uscita del primo “Smetto quando voglio”, nel 2013, scrissi: “Nell’Italia cinematografica che rifà pigramente commedie francesi, spagnole o argentine senza nemmeno citare l’originale sui titoli di testa, il film sbarazzino diretto da Sydney Sibilia, scritto con Francesca Manieri e Luigi Di Capua, ha avuto se non altro il merito di inventare qualcosa di nuovo, che prima non c’era”. Evocando in chiave generazionale serie americane come “Breaking Bad” e “The Bing Bang Theory” o film come “Lock & Stock” e forse il nostro “La banda degli onesti”, introduceva infatti un semplice paradosso: che cosa succede se il crimine ingegnoso praticato da un gruppo di ricercatori disoccupati diventa l’unica alternativa a un precariato umiliante e senza scampo?

La commedia impertinente piacque ben al di là delle attese, incassando oltre 4 milioni di euro, sicché il produttore Domenico Procacci, d’intesa col collega-regista Matteo Rovere e Raicinema riunirono la banda girando due seguiti in una botta sola, per risparmiare sui costi e farne una trilogia.

“Ad Honorem”, nelle sale da giovedì 30 novembre, orchestra il gran finale e lo fa col solito spirito birichino, frullando citazioni, strizzatine d’occhio, ralenti frontali, riferimenti buffi, in qualche modo aggiornando il fortunato slogan di lancio che recitava “Meglio ricercati che ricercatori”. Già perché, tutti finiti in galera dopo essere stati “arruolati” da una tosta poliziotta antinarcotici, devono trovare il modo di evadere da Rebibbia per salvare il mondo, là fuori, prima che Sopox, la “smart drug” più insidiosa e ardua da scomporre chimicamente, produca un’ecatombe uccidendo un migliaio di persone innocenti, o quasi.

Qui è il filone carcerario ad essere parodiato, ma con misura, senza buttarla in farsetta, perché l’equilibrio tra avventura e commedia è tutto. Il direttore del penitenziario romano, incarnato da Peppe Barra, sta allestendo un’opera lirica da far cantare ai reclusi e vedrete che, nella distrazione generale, sarà l’occasione buona per evadere. Benedetta banda larga… Il tempo stringe, servono 72 ore per mettere a punto il piano: “Me le farò bastare” taglia corto Zinni, di nuovo alla testa dei suoi scombinati cervelloni un po’ alla “Ocean’s Eleven”.

I colori prevalenti sono sempre gli stessi, e cioè un mix di verde, giallo, rosso, blu elettrico e viola intonato con cura agli abiti dei personaggi, mentre la musica rock-punkeggiante fa il resto, in un clima di allegro cazzeggio che trova l’effetto comico nel contrasto con l’eloquio forbito dei cervelloni. La banda, ormai salita a dieci, è formata da Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Lorenzo Lavia e Pietro Sermonti, Marco Bonini, Giampiero Morelli e Rosario Lisma; volendo l’undicesimo è l’ustionato “Er Murena” incarnato con sofferta ambiguità da Neri Marcoré. Mentre il versante femminile è garantito da Greta Scarano e Valeria Solarino. Poi ci sarebbe il “cattivo”, Mercurio, ossia un Luigi Lo Cascio con barba, capelli lunghi, abiti total black. Ma anche lui qualche ragione ce l’ha.
Morale? Bisogna molto amare l’università italiana per salvarla da chi la gestisce, spesso in modo sconsiderato e clientelare, badando solo a far carriera.

Michele Anselmi

Lascia un commento