GASSMANN PORTA IN GITA LA FAMIGLIA DA ROMA A STOCCOLMA. MA LA VERA COMMEDIA SUL NOBEL RESTA “IL CITTADINO ILLUSTRE”

L’angolo di Michele Anselmi

Purtroppo per Alessandro Gassmann la vera commedia asprigna, squisitamente all’italiana, sul premio Nobel l’hanno girata due registi argentini, Mariano Cohn e Gastón Duprat. Si chiama “Il cittadino illustre”, è uscita a fine novembre 2016 nei nostri cinema e naturalmente non è stata un successo. Racconta di uno scrittore sessantenne, tal Daniel Mantovani, piuttosto scorbutico e annoiato. Anni prima vinse un Nobel, terremotando la platea svedese con un discorso del tutto irrituale e autocritico; ma poi, persa la vena e stanco di chiacchiere, decise di murarsi vivo nella sontuosa casa spagnola. Solo una lettera lo scuote dal torpore: viene da Salas, la cittadina a 750 chilometri da Buenos Aires da dove partì, senza più tornare, una quarantina d’anni prima, ma scrivendo sempre e solo di quel posto infisso nella memoria. Lo invitano a volare fin lì per conferirgli, appunto, la cittadinanza onoraria: lui accetta e saranno guai.
Giovedì 6 dicembre arriva invece nelle sale con Vision Distribution, cioè Sky, “Il Premio”, sottotitolo: “Non basta vincerlo devi anche ritirarlo”. L’ha diretto, scritto e interpretato Alessandro Gassmann, chiamando a raccolta attorno a sé alcuni dei sodali prediletti, da Rocco Papaleo ad Anna Foglietta. Anche se è Gigi Proietti, sottratto alle farse dei Vanzina e finalmente coi capelli bianchi, a fare la parte del leone, appunto nei panni di un famoso scrittore, tal Giovanni Passamonte, alle prese con il Nobel. Se nel film argentino, interpretato dallo straordinario Oscar Martinez, l’acido discorso è sui titoli di testa, quasi a condizionare tutta la vicenda, qui arriva in sottofinale, e non sarà per nulla scandaloso, come pure l’umore del premiato lasciava prevedere.
Ora sarebbe impietoso, intendo nei confronti del film italiano, confrontare i due “speech”, per stile, sostanza, forza espressiva. Ma ci si chiede, dopo aver visto “Il Premio”, perché prendere spunto dal Nobel se si voleva raccontare solo una storia padre-figli, un buona misura ritagliata sulla vera e molto composita famiglia Gassman (oggi Gassmann). Passamonte, per certi gesti di ironica sprezzatura o di depressa solitudine, come il patriarca Vittorio: attore carismatico e scrittore curioso, ma anche padre distratto, diciamo pure casinaro. Proietti non lo imita, se non in qualche rara inflessione, però il riferimento, per ammissione del figlio Alessandro, è chiaro sin dall’inizio.
Trattandosi di un road-movie un po’ alla maniera di “Little Miss Sunshine”, il film inventa quanto segue. Poco incline a prendere l’aereo, l’illustre premiando decide di andare in pullmino da Roma a Stoccolma, facendosi accompagnare dal fedele segretario Rinaldo e da due dei tanti figli sparsi qua e là per il mondo, cioè Oreste e Lucrezia. Oreste è un personal trainer rozzo e cordiale, sempre in cerca di soldi con la moglie per aprire una mitizzata palestra; mentre Lucrezia è una blogger fanatica e superficiale, pure aspirante scrittrice, che passa i fine settimana all’Ultima Spiaggia di Capalbio.
Avrete capito che il lungo viaggio attraverso Austria, Germania e Danimarca sarà l’occasione per fare i conti con il passato, tra rancori, speranze, bugie, omissioni; e naturalmente altri personaggi si aggiungeranno alla compagnia per vivacizzare le dinamiche familiari.
“Scrivo libri di disimpegno civile” ironizza a un certo punto Passamonte, il quale, sentendosi ormai del tutto privo di talento e forse stanco di manovrare le vite altrui, ha in serbo per la premiazione un finale a sorpresa. Qualcosa gli farà cambiare idea. Morale? “Nessuno basta a se stesso, scendere dal podio è il primo antidoto agli orrori della Storia”. Accidenti.
Archiviato il proletario/rugginoso “Razza bastarda”, Gassmann regista orchestra una sorniona/loffia commedia di viaggio che intreccia siparietti bizzarri, sospetti di incesto e sottotesti malinconici. Si fa un gran parlare di sesso e “scopate”, ma in realtà i personaggi, anche i più buffi o inverosimili, servono a comporre un quadro riassumibile in questa frase del regista: “Essere dei geni ha molti vantaggi ma anche svantaggi”.
Gigi Proietti, dovendo incarnare l’insopportabile genio con sciarpa di seta e panama in testa, la butta su una recitazione contenuta, sospirata, allusiva; Gassmann e Foglietta sono i due fratelli all’opposto; Papaleo fa il segretario diabolico quanto segaiolo; Matilde De Angelis e Marco Zitelli i giovanotti ignari pescati per strada. Firmano il copione anche Valter Lupo e Massimiliano Bruno: un po’ si sente.

Michele Anselmi

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