“SUBURBICON”, CLOONEY REGISTA RISUOLA UN COPIONE DEI COEN: RAZZISMO E AVIDITÀ NELL’AMERICA COLOR PASTELLO ANNI 50

L’angolo di Michele Anselmi

Curioso, fateci caso. La pubblicità televisiva e radiofonica punta su “un film scritto dai fratelli Coen”, come se fossero loro le vere star in campo, e solo alla fine sentiamo dire che la regia è di George Clooney, una star per davvero.
Passato alla Mostra di Venezia senza lasciare un gran segno, “Suburbicon” (la pronuncia più o meno corretta è “Soborbicòn” con l’accetto sull’ultima o) di George Clooney è una commedia amabile, brillante, sardonica, con qualche affondo macabro in linea con il cinema dei prediletti Coen. Proprio i due fratelli hanno fornito la sceneggiatura, scritta negli anni Ottanta, mai diventata film e rimaneggiata per l’occasione dal famoso attore, qui al suo sesto film da regista.

Trattasi di storiella nera, sia pure immersa, per contrasto, in una liliale cittadina fine anni Cinquanta, tipo quella fasulla di “The Truman Show”, chiamata, appunto, Suburbicon. Il riferimento è a una delle sette Levittown che la società Levitt & Sons costruì in varie parti d’America subito dopo la Seconda guerra mondiale per offrire delle oasi protette a una middle-class rigorosamente bianca.
Qui, tra linde casette a schiera, portalettere sorridenti, tinte albicocca e cartelli beneauguranti, una piccola e media borghesia “caucasica” assiste con sconcerto all’arrivo di una famiglia “di colore”.

E intanto, mentre monta il rigurgito razzista verso i nuovi arrivati accusati di guastare il clima idilliaco del ridente comprensorio urbano, la famiglia Lodge viene sconvolta da un brutale e inspiegabile sequestro in stile “Promontorio della paura” che finisce con la morte, apparentemente accidentale, di una donna sulla sedia a rotelle. Gatta ci cova.

Il tono generale tra buffo, survoltato e feroce fa simpatia, tutto torna negli snodi narrativi, i riferimenti a Trump e ai nuovi “suprematisti” arrivano a segno, la ricostruzione d’ambiente è perfetta: case, arredi, abiti, acconciature, automobili. E naturalmente Matt Damon, Julianne Moore (che si sdoppia) e Oscar Isaac sono bravi nel maneggiare i ridicoli personaggi che si ritrovano ad incarnare.

Tuttavia Clooney-regista non possiede il tocco lucente dei Coen, quella capacità unica di far sorridere parlando degli istinti peggiori dell’uomo. La sua commedia, accolta a Venezia da calorosi applausi e dal 6 dicembre in sala con 01-Raicinema, è frenetica, succedono tante cose, ma in buona misura resta inerte.

Michele Anselmi

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