LA DIUTURNA GUERRA DEI SESSI SECONDO FRANCESCA COMENCINI. “AMORI CHE NON SANNO STARE AL MONDO”, UN FILM DA VEDERE

L’angolo di Michele Anselmi

“Alla fine, cazzo, anche i Beatles si sono sciolti!”. Bisogna riconoscerlo, è una bella battuta per chiudere un film su una storia d’amore. La grida Claudia nell’epilogo di “Amori che non stanno stare al mondo”, gettando nel Tevere il cappello a falde larghe rosso bordò che sembrava imprigionarla in uno stereotipo estetico, pure sentimentale.
Proprio mentre passano su Sky le puntate di “Gomorra” da lei dirette, Francesca Comencini mostra la sua vera natura di cineasta imprevedibile e versatile con questo strano film che non sai bene come prendere, ma in ogni caso “prende”. Alla base c’è un romanzo del 2013 scritto dalla stessa Comencini (sorella di Cristina), adattato per lo schermo insieme a Francesca Manieri e Laura Paolucci. Tre donne per raccontare la parabola di un amore dentro un andirivieni temporale che spiazza e a tratti addolora: perché il tono da commedia verbosa e survoltata lascia via via spazio a un sentimento più profondo, nel quale – credo – spettatrici e spettatori potranno rispecchiarsi, pure sapendo di non assomigliare ai due protagonisti.
Che sono Flavio e, appunto, Claudia. Lui ha appena superato i cinquanta, lei ha una decina di anni in meno. Insegnano letteratura, sia pure con gradi diversi, alla Sapienza. All’inizio sembrano detestarsi cordialmente, si beccano di brutto durante un convegno, poi vanno a pranzo insieme e prima del dolce la donna confessa d’essere folle d’amore per il barbuto professore. La vorace Claudia vuole tutto e subito: vivere insieme, fare un figlio, sposarsi; l’incuriosito quanto spaventato Flavio si sente presto sui carboni ardenti, difficile essere felice con una fidanzata “sempre sul piede di guerra”.
“Amori che non sanno stare al mondo” fa un po’ il verso a Woody Allen, ma lo fa bene. Non bisogna essere radical-chic, di quelli con la barba ben curata, i maglioni a pelle, il buen retiro in campagna (anche se un po’ freddo e scalcinato) e un ruolo al Macro, per condividere lo spaesamento di Flavio. Il quale sarà pure perplesso e tiepido, e tuttavia davvero non sa come difendersi da quel grumo di passioni informa di donna. D’altra parte ha ragione anche lei: s’è buttata in quella storia in fondo devastante con l’energia di un’amorosa Erinni, e adesso, durante una confusa discussione notturna, si sente dire da lui: “Ma perché piangete tutte tra le 3 e le 5 del mattino?”.
Come ne usciranno è meglio non rivelarlo. Però si può dire che Claudia troverà momentaneo conforto nel sesso con una giovane ballerina lesbica che ha appena dato un esame con lei; mentre Flavio cercherà un po’ di quieto vivere tra le braccia di una ventenne che potrebbe esserle figlia.
Confesso che ero un po’ prevenuto nei confronti di “Amori che non sanno stare al mondo”. Mi sbagliavo. Francesca Comencini mostra di essere una regista audace, a partire dalle scene di sesso, finalmente girate come si deve, con grazia e arditezza insieme, mostrando corpi nudi, come succede nella vita, non immutandati o sotto le lenzuola.
Parlano tutti molto durante i 92 minuti, in modo concitato o ironico, delirante o romantico, ma una volta tanto senti che la chiacchiera, anche quando pesca in una certa nevrosi “di sinistra”, non è fine a se stessa, suggerisce una condizione umana e insieme rinvia a logiche amorose senza tempo (di qui, si direbbe, l’idea di intervallare l’azione con sequenze in bianco e nero riprese da documentari degli anni Sessanta).
Magari non tutto torna, trovo proprio inutile la scena, a mo’ di grottesca lezione universitaria, sulla differente percezione dell’età tra maschio e femmina, e tuttavia si esce da “Amori che non sanno stare al mondo” con la sensazione di aver visto uno dei migliori film italiani degli ultimi mesi. Grazie anche alla densa prova degli interpreti: Lucia Mascino e Thomas Trabacchi sono i “duellanti” alle prese con la crisi del settimo anno, Valentina Bellè mostra di essere molto più intensa della bella statuina vista in “Una questione privata”, Carlotta Natoli, Camilla Semino Favro e Iaia Forte cesellano tre personaggi di contorno, ma neanche tanto.
Prodotto da Fandango e distribuito da Warner Bros, il film purtroppo non è partito bene sul piano degli incassi. Magari il titolo, difficile da memorizzare, non aiuta, ma il passa parola positivo sì. E questa vuole essere una recensione molto positiva.

Michele Anselmi

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