“L’INSULTO”, DAL LIBANO UN FILM PROCESSUALE DA NON PERDERE. A VENEZIA HANNO PREMIATO SOLO L’ATTORE PALESTINESE: BOH!

L’angolo di Michele Anselmi

Certo che le giurie dei festival sono strane. Prendete quella diretta da Annette Bening all’ultima Mostra di Venezia. Ha premiato con la Coppa Volpi, come migliore attore, solo uno dei due interpreti alla pari del film “L’insulto”. E cioè il palestinese Kamel El Basha, mentre il deuteragonista perfetto, ossia il libanese Adel Karam, è rimasto fuori dai giochi. L’ex-aequo, per una volta, ci stava benissimo. A scanso di equivoci, non penso a sottotesti politici in chiave di sostegno alla causa filo-palestinese; però la svista è evidente, basterebbe vedere il film che esce oggi 6 dicembre con Lucky Red.

Con “L’insulto”, scritto e diretto da Ziad Doueiri, classe 1963, siamo nel ramo cinema processuale, ma si direbbe che il tribunale sia un escamotage drammaturgico, certo sempre efficace sul piano spettacolare, e del resto il cineasta s’è formato negli Stati Uniti, per raccontare una vicenda tragicamente infissa nella storia libanese. Una scritta sui titoli di testa avverte che quanto vedremo e sentiremo “non riflette la posizione del governo libanese”, il che la dice lunga sulla delicatezza della faccenda (Doueiri ha passato anche i suoi guai in patria).
L’insulto in questione nasce da un incidente banale, tra le strade di un quartiere popolare di Beirut. Annaffiando il balcone, un meccanico militante nel Partito cristiano-marnita, Toni Hanna, lascia che l’acqua sporca cada su alcuni operai di un’impresa edile al lavoro. Il capomastro Yasser Salameh, profugo palestinese, aggiusta di sua iniziativa la grondaia di Toni, ma quello si arrabbia ancora di più e si sente rispondere “Brutto stronzo”.
Mica finisce lì: quando finalmente Yasser, pressato dal suo capo, va a chiedere scusa, Toni gli urla addosso “Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi tutti”, l’altro non ci vede più e rompe due costole al meccanico. Apriti cielo. Si va a processo.
La questione non è solo d’orgoglio, avrete capito. In anni non troppo lontani cristiani e palestinesi si sono combattuti, da quelle parti, tra massacri e vendette, sicché, finendo in tribunale, il caso diventa politico, quindi un piatto ghiotto per tifoserie e mass-media. Anche perché i due avvocati che si fronteggiano, l’uno difendendo Toni e l’altra Yasser, sono padre e figlia, e non si amano granché.
Il film, scritto benissimo, spiazza continuamente lo spettatore, pure a colpi di rivelazioni “all’americana”, ma senza mai perdere di vista la sostanza e il contesto dell’aspro confronto, nel quale confluiscono ferite antiche e rancori attuali. A prima vista sembrerebbe che il regista parteggi per il “buon” palestinese contro il “cattivo” cristiano. Ma vedrete che “lo stato emotivo estremo”, evocato dai due avvocati durante udienze sempre più incattivite e amplificate dalle tv, pesca in torti lontani, subìti da entrambi i due “nemici”.
Adel Karam e Kamel El Basha, appunto Toni e Yasser, sono perfetti, come il resto del cast. L’apologo, nella migliore tradizione del cinema processuale, non appesantisce l’azione e le situazioni, in un crescendo teso come una corda di violino. Ma certo Doueiri sa di cosa parla, è ben attento a ripartire torti e pregiudizi, trovando un epilogo tutt’altro che “buonista”, semmai giusto: sul piano morale, della legge e della colpa.
PS. Curiosamente l’Italia viene citata due volte: il capomastro palestinese elogia le nostre vernici murarie che resistono alla pioggia, la giovane avvocata guida una Fiat Cinquecento.

Michele Anselmi

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