TRANQUILLI: IL NOME DI FAUSTO BRIZZI C’È SUI TITOLI DI CODA. “POVERI MA RICCHISSIMI”, UN SEGUITO DAVVERO DEPRIMENTE

L’angolo di Michele Anselmi

Tranquilli: il nome di Fausto Brizzi c’è, sui titoli di coda, che poi sono i titoli di testa. Nessuno strappo al diritto d’autore, alla “creatività”, dunque. E tuttavia, dopo aver visto “Poveri ma ricchissimi”, una certa indeterminatezza sulla regia avrebbe forse giovato al cineasta italiano. Tanto è fiacco, sciapo e stiracchiato questo seguito oggetto di così tante polemiche dopo l’emergere di rivelazioni poco commendevoli su una certa (presunta) attitudine sessuale di Brizzi nei confronti delle giovani attrici da “provinare”.
“Poveri ma ricchissimi” esce giovedì 14 dicembre con Warner Bros, e dovrà vedersela con i due rivali comicaroli, cioè “Natale da chef” e “Super vacanze di Natale”. A occhio non sembrano così temibili, ma è anche vero che “Poveri ma ricchi”, remake del francese “Les Tuches”, sfoderava una sua gagliarda vitalità, tra affondi coloriti e situazioni buffe, mentre questo secondo capitolo affonda nel prevedibile. Enrico Brignano ripete due volte la battuta sulla “prugnocca”, cioè l’innesto tra una prugna e un’albicocca (capita l’antifona?); Lucia Ocone, la “first lady” che si sente maltratta dal marito, si veste da “Maleficent” e finisce col fare un po’ di bondage col perverso scrittore Massimo Ciavarro, fa altrettanto con il seguente tormentone: “Se esagero con l’alcol me viene un problemino alle gambe. Me se aprono”.
La novità del seguito è tutta qui: per non pagare le tasse, i Tucci trasformano Torresecca in una sorta di paradiso fiscale, un principato autonomo dall’Italia dove regna, appunto, il capofamiglia incarnato da Christian De Sica. Il quale, per darsi un tocco internazionale, stira i famosi ricci burini e si pettina da Donald Trump, indossando anche la cravatta rossa. Ma governare con mano salda non è una bazzecola, presto i cittadini del paesello, evaporato l’entusiasmo, cominciano a protestare a causa dei continui divieti, e dal passato di bagnino a Terracina del medesimo Danilo Tucci compare pure una figlia pronta a rivendicare affetto e denari.
All’insegna del motto “Se semo dati”, il film non è un “supplì ignorante”, come pretenderebbe di essere, ma una farsa moscissima, dove l’aggiunta di nuovi cine-bozzetti, come il truffatore e genitore milanese Paolo Rossi, mai così fuori parte al cinema, quasi stordito, può poco o nulla. Finale con canzone e balletto in piazza, alla maniera di “The Millionaire”, perché come sapete Brizzi ama citare. Quanto alla gogna nella quale finisce uno dei personaggi, be’, alla luce dei fatti, suona quasi profetica.
Magari il pubblico natalizio risponderà comunque all’invito di Brizzi, infischiandosene di tutto. L’Italia ha la memoria corta, tutto passa presto e va in cavalleria, come s’usa dire.

Michele Anselmi

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