A noi non resta che Don Matteo

Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur. Ricordate il grido di dolore del cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo per l’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa? Lo stesso potremmo dire oggi: mentre i francesi di Vivendi litigano con gli italiani di Mediaset, il mondo della comunicazione viene espugnato. È successo che due giganti, Disney e Fox, si sono fusi per dominare il pianeta. La Fox dello squalo Rupert Murdoch conquista lo scettro di primo azionista della Disney, scalzando Laurene Powell, la vedova di Steve Jobs. La fusione manda in soffitta le ambizioni di chiunque altro voglia vendere news, sport e soprattutto cinema e fiction. I nostri media hanno dato il giusto peso alla notizia, ma temo non si siano resi conto di cosa significherà per gli spettatori italiani.

Rai e Mediaset possono cominciare a tremare: se non si trasformeranno radicalmente la loro estinzione è prossima. Forse ha ragione il ministro Calenda, quando afferma che per salvare la Rai andrebbe messa sul mercato, cioè privatizzata. Mediaset lo è già, ma non sarà l’eventuale pacificazione con i francesi del mini-squalo bretone Bollorè al metterla al riparo dall’assalto dell’accoppiata Disney-Fox. La prima conquisterà il podio nella produzione di film ultraspettacolari, mentre la seconda con Sky fagociterà il resto, dalle news alle altre forme di intrattenimento. Tramite le reti Fox la Disney potrà bussare alla porta dei numerosi milioni di abbonati Sky, mentre questa potrà mettere piede nella library più amata al mondo da adulti e bambini. Se questo è il panorama che ruolo potremo avere noi? Prendiamo il caso del cinema: il costo medio italiano si aggira attorno ai 3 milioni di euro. Il film medio americano è venti volte tanto. Il nostro mercato, salvo rare eccezioni, non va oltre Chiasso. Quello americano è il mondo. Con l’accordo tra Disney e Fox il divario crescerà ancora, lasciando a noi le briciole.

Ve lo immaginate il nostro “Don Matteo” targato Rai combattere contro i “Game of Thrones” di domani? E che dire delle serie Mediaset, sempre più ripetitive e stanche? Anche se Vivendi, Mediaset e Rai trovassero un accordo per fronteggiare il colosso d’oltreoceano, la partita resterebbe impari. Anche perché, tanto per restare nel campo dell’intrattenimento, il nostro cinema e le nostre fiction risentono di una soffocante subordinazione al potere politico. Né la nostra televisione privata e tanto meno quella pubblica sono riuscite a liberarsi da questo giogo mortificante. Lo spettatore italiano quando va al cinema o resta a guardare la tv nella maggioranza dei casi è costretto a sorbirsi commediole insulse e serie tv ispirate al buonismo più insopportabile. Non bastano i successi di “Gomorra” o del commissario Montalbano a fare primavera, perché il resto è zavorra, utile solo a tenere in piedi un’industria composta da un pugno di appaltatori che, come li ha definiti il cinico Aurelio De Laurentiis, sono “più prenditori che imprenditori”. A vedere il cinepanettone che ha appena sfornato lui, fatto di volgari rimasugli delle annate precedenti, c’è da chiedersi come definirebbe se stesso.

Mettendosi insieme Disney e Fox hanno capito che l’unione è la risposta vincente di fronte all’offensiva del web e dello streaming. All’Ok Corral a sparare c’erano Burt Lancaster e Kirk Douglas, qui l’assalto arriva da gruppi che investono così tanto denaro che noi europei manco ci sogniamo. Apple ha sinora immesso in produzioni originali 500 milioni di dollari: li porterà a oltre 4 miliardi nei prossimi anni. Amazon, che mira a superare Netflix, spenderà circa 8 miliardi di dollari l’anno per cinema e fiction. Se guardiamo ai nostri investimenti vien da piangere. Rai e Mediaset, che complessivamente nel 2014 investivano nella fiction circa 500 milioni di euro l’anno, oggi invece di crescere sono scesi a meno di 300 milioni. Dunque che fare?  Forse aveva ragione Furio Scarpelli, lo sceneggiatore dei tempi d’oro della commedia all’italiana insieme ad Age, quando affermava che a noi italiani per salvarci resta solo la genialità.

Roberto Faenza

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