Roma spelacchia. La Capitale dell’abusivismo e altre storie

Marco D’Eramo ha firmato un duro atto di accusa a Roma su New Left Review (riprodotto da Internazionale). Provo a riassumerlo, anche se immagino che la spietatezza del reportage non piacerà a molti. Fondata circa 2.770 anni fa da Romolo e Remolo, come ci ha insegnato Berlusconi, nel secondo secolo contava più di un milione di abitanti. Leggere il meraviglioso saggio di Jérôme Carcopino sulla vita quotidiana di allora. Già a quei tempi si viaggiava su bighe a targhe alterne tanto era il traffico. Nel Medio Evo la città si era immiserita, diventando un borgo abitato da poche decine di migliaia di cittadini. Nel 1870, quando i piemontesi occuparono lo Stato pontificio, ne aveva circa 200.000. Si ripopolò nei decenni successivi e oggi conta un po’ meno di 3 milioni.  Durante la guerra fredda a Roma fu consentito di indebitarsi sino al collo: era l’epoca dell’anticomunismo e del capitalismo di stato, tanto pagava Pantalone, cioè noi. Nel frattempo i soliti pochi si arricchivano soprattutto costruendo case. Nella capitale non c’è mai stata una vera edilizia pubblica, solo il 2,7% secondo l’Istat. Insomma l’hanno fatta sempre da padroni i privati e s’è visto lo scempio, specie nelle periferie.

La capitale è diventata il regno dell’abusivismo, agli inizi “per necessità”, quando gli immigrati tiravano su quattro mura a spese loro. Poi sono arrivati i palazzinari e con loro interi quartieri senza infrastrutture, a volte persino senza acqua, grazie al silenzio complice delle amministrazioni. L’abusivismo, scrive D’Eramo,  copre oltre 100 chilometri quadrati, pari al 20% dell’intera superficie urbana. Si accompagna all’evasione fiscale, calcolata attorno al 20-30% del PIL. Come se non bastasse è parente dei condoni, approvati dalle varie giunte che si sono alternate. Con gli abusivismi, prima o poi sono le finanze pubbliche a dover intervenire, supplendo a quanto manca, dalle strade alle fognature. I palazzinari lo sanno e ne approfittano, così siamo noi cittadini a saldare i conti delle speculazioni. Le borgate romane sono l’esempio del peggio. Chi ci abita è la popolazione più emarginata, formata dai diseredati, ma anche da operai edili, ferrotranvieri e da alcune fasce di dipendenti statali, che hanno formato per decenni lo zoccolo duro della sinistra romana. A partire dalle lotte del ’68 e sino al 1976 porteranno i comunisti al governo della città, vedi l’elezione a sindaco di Giulio Carlo Argan, primo amministratore della capitale non democristiano, critico d’arte illuminato, difensore dell’ambiente e della riqualificazione urbanistica. Secondo i critici, a lui il partito lasciava esprimere buone idee, ma chi amministrava davvero era il segretario del PCI romano Luigi Petroselli. Diventato sindaco a sua volta, ha dovuto mediare tra le istanze dal basso e le aspirazioni dei veri padroni di Roma, i costruttori, silenziati solo temporaneamente. Scrive D’Eramo che “il bilancio di quei nove anni rossi fu modesto”. Si sono riparati i guasti della democrazia cristiana, portando servizi e infrastrutture nelle borgate, costruendo scuole, edificando la linea A della metropolitana e cercando di frenare la speculazione. Direi che non è poco. La stella che ha brillato di più è quella di Renato Nicolini, l’inventore delle estati romane. I detrattori le hanno equiparate al panem et circenses di antica memoria, atte a offuscare lo stato di stasi degli altri assessori.

Il decennio successivo, tra giunte Dc, socialisti e commissari straordinari ha riportato Roma verso il basso. Basti pensare ai buchi lasciati dai mondiali del Novanta, quando si è costruito l’Air terminal della stazione Ostiense, costato 350 miliardi di lire e lasciato in stato di putrefazione per decenni, salvato solo di recente da Eataly, altra impresa privata. Tornate le sinistre, Rutelli (il sindaco più votato) e Veltroni hanno cercato di riprendere slancio. Di Rutelli suggerisco di leggere il recente libro, “Contro gli Immediati”, nel quale si rende conto di aver partorito una margheritina non proprio riuscita. Non la  nomina mai: trattasi di quel Matteo Renzi, la cui voglia di immediatezza sta portando il PD alla consunzione. Con il passaggio di Roma da feudo DC alle amministrazioni di sinistra si è trasformato anche il tessuto politico-sociale. Chi prima votava PD ora approda altrove e viceversa. Basta scandagliare le ultime elezioni, dove la borghesia pariolina ha scelto i resti di quel partito, mentre la maggioranza si è diretta verso i 5 Stelle, sino a optare per Forza Nuova e Casa Pound, alfieri di una destra che distribuisce beni di prima necessità, come si è visto di recente a Ostia sulle orme dell’ex sindaco di Napoli, “il comandante” monarchico Achille Lauro. E che dire della presenza pervasiva del Vaticano, il vero dominus di Roma?  “La Chiesa cattolica -sottolinea D’Eramo- è la più grande multinazionale al mondo… si calcola che a Roma possegga un quarto del patrimonio immobiliare della capitale”. Oltre a un quarto degli alberghi. Un patrimonio che cresce di continuo, grazie ai lasciti testamentari di generosi fedeli (circa 8.000 l’anno). Il guaio è che tutte queste proprietà richiedono periodici interventi pubblici, pagati per lo più dallo stato italiano e non dalla Chiesa, grazie a un regime di esenzione fiscale. Così come la maggior parte dei conventi “non paga le tasse sugli immobili, né sui rifiuti”.

Non tutti i mali di Roma sono colpa della politica. Sporcizia per le strade, antiche mura imbrattate, trasporti inadeguati, masse di rifiuti che in Trastevere attirano famigliole di cinghiali affamati… sono il prodotto di una cittadinanza disamorata. E non è certo colpa dei “veri romani” (ben pochi possono vantare sei-sette generazioni, il vessillo presunto della romanità). E’ noto infatti che un milanese a Roma si permette cose che a Milano non farebbe mai, come parcheggiare in seconda o terza fila. “Tanto qui lo fanno tutti”, dice mentre è al volante. Fotografando lo stato delle cose che potrà fare la giunta Raggi, in un paese dove il 36,2% dei  giovani sono disoccupati? Pare che su oltre 6.000 vigili urbani in servizio solo 300 lavorino in strada, soprattutto quando si tratta di comminare multe. Gli altri di che si occupano? Con un debito pregresso di circa 17 miliardi di euro, che si trascina sin dagli anni Sessanta, è già un miracolo se l’attuale giunta riuscirà a non perpetrare un endemico sistema di decomposizione. Diciamoci la verità: per salvare la capitale ci vorrebbe un nuovo Piano Marshall. Pur con il maggior numero di antichità e monumenti al mondo, Roma attrae pochi turisti: meno della metà di Parigi, Londra e persino 4 milioni in meno di Istanbul. Il turismo manca perché i servizi fanno pena e l’immagine  internazionale della città eterna è pessima. Basta vedere cosa scrive la stampa americana, che punta il dito contro i veri padroni della capitale, i costruttori come Caltagirone, gli Armellini, i Mezzaroma, i Toti, i Salini,  i Parnasi, che ora si apprestano a edificare lo stadio della Roma su un terreno paludoso.

Non era Grillo ad aver definito Tor di Valle un sito inadeguato? “Meglio fare lo stadio in una zona che non esonda”, queste le sue parole di qualche mese fa. Come mai si è cambiata idea? E che dire delle buche nelle strade, vere voragini a dimostrazione della disfatta materiale della città? Quando si deciderà la giunta Raggi a riparare il manto stradale di piazza Venezia, il cuore della città, che dovrebbe essere la vetrina della capitale e si presenta invece come una immensa distesa di buche, dove se passi in motorino rischi di sfracellarti? Io l’ho votata, vorrei invitarla a salire con me e passare a velocità normale attorno alla rotonda dove hanno innalzato il povero Spelacchio, che grazie ai messaggi dei passanti è diventato una sorta di nuova Bocca della Verità. Se non cade dalla moto, offro una cena a tutta la giunta.

Roberto Faenza

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