“TUTTI I SOLDI DEL MONDO”, ALLA FINE MEGLIO PLUMMER DI SPACEY. L’ITALIA 1973 VISTA DA RIDLEY SCOTT, MA CHE RIDICOLE QUELLE BR

L’angolo di Michele Anselmi

Chissà che cosa avrebbe detto o pensato il vero John Paul Getty III del film “Tutti soldi del mondo”. Purtroppo il ricco rampollo è morto nel 2011, a soli 54 anni, cieco e paralizzato, a causa di malanni legati a un abbondante uso giovanile di droghe e affini. Ora che esce il film di Ridley Scott (da giovedì 4 gennaio, targato Lucky Red) vedrete che si tornerà a parlare di quel celebre rapimento, avvenuto in Italia e durato parecchi mesi: sequestrato a piazza Farnese il 10 luglio del 1973, il giovanotto annoiato e dai capelli lunghi fu ritrovato il 17 dicembre, a riscatto pagato dopo il taglio di un orecchio necessario a sveltire la trattativa, da un camionista sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Il film di Scott, lungo 133 minuti, inventa e divaga, altera molte situazioni di cronaca, specie nel finale avventuroso, e certo non è particolarmente indulgente con le forze dell’ordine italiane. Dipinte, come spesso capita nei film americani, come inefficaci, confusionarie, facili a sparare e combinare guai. Insomma, il regista britannico non s’è risparmiato neanche un cliché sul Bel Paese di quegli anni, e francamente non saprei dire se anche il librone di John Pearson alla base del film, rimaneggiato per lo schermo dallo sceneggiatore David Scarpa, contenga così tanti luoghi comuni e variazioni bizzarre sull’episodio in questione.
Bisogna anche dire, però, che “Tutti i soldi del mondo” ha una avuto una lavorazione travagliata. A sei settimane dall’uscita americana del film, il regista di “Blade Runner” ha dovuto rigirare in tutta fretta le ventidue scene che erano state interpretate da un molto camuffato Kevin Spacey, poi finito nel tritacarne a causa delle note molestie sessuali. Liquidato l’imbarazzante Spacey per volere della Sony, Scott ha ingaggiato al volo il canadese ottantaseienne Christopher Plummer, il quale, a ritmi massacranti di lavorazione per lui, la troupe e gli altri interpreti riconvocati sul set, ha dato corpo, faccia e voce al controverso magnate petrolifero John Paul Getty, nonno, appunto, del rapito.
Megalomane e pitocco, capace di paragonarsi all’imperatore Adriano e insieme di lavarsi calzini e mutande in albergo per risparmiare, Getty senior è definito nel film “non solo l’uomo più ricco del mondo, ma l’uomo più ricco della storia del mondo”. Amava le cose belle, specie quadri e oggetti collezionati con cura, ma non si fidava granché degli uomini, neanche di quelli in famiglia. Quando gli sequestrano il nipote prediletto, dice subito che non avrebbe pagato neanche un dollaro dei 17 milioni inizialmente richiesti: “Non ho denaro da buttare”. La sola idea di tirar fuori dei soldi per salvare la vita di quel ragazzo, pur così amato, lo irrita, fino a una sorta di sofferenza fisica. “Se puoi contare i tuoi soldi non sei un miliardario” teorizza però Getty senior in uno dei flashback che il film inserisce nella struttura della storia per mettere a fuoco la complessa psicologia dell’uomo. E intanto assistiamo al bruciante scorrere degli eventi in quei mesi del 1973: con la mamma del ragazzo, Abigail, che prova a convincere “il vecchio caprone” a sborsare quei milioni prima che i sequestratori calabresi facciano a pezzi il poveretto; e il capo della sicurezza Fletcher Chace, ex agente della Cia assoldato dal magnate perché recuperi il giovane Paul senza pagare, impegnato in una tesa partita col tempo e le avversità.
Naturalmente “Tutti i soldi del mondo” è un film americano, pensato per il mercato planetario, dove tutti parlano inglese, inclusi i rapitori calabresi feroci e ruspanti. Il che funziona all’estero, ma sortisce uno strano effetto da noi in Italia, benché il doppiaggio appiattisca il tutto secondo la convenzione hollywoodiana (a parte qualche sottolineatura dialettale). Per restituire l’aria del tempo, Scott cita “La dolce vita” nella lunga sequenza iniziale a spasso per Roma, rispolvera le canzoni di Gianni Morandi e dei Camaleonti, fa un po’ di colore locale mostrando prostitute affettuose, paparazzi in Vespa e ‘ndranghetisti in carriera. Tutto perdonabile, a parte il ridicolo incontro con i brigatisti rossi sospettati di aver organizzato il sequestro d’accordo col giovanotto per spillare quattrini al nono capitalista. Tremendo.
Avrete capito che il meglio del film, più che nella ricostruzione del sequestro, sta nel duro confronto a tre che si sviluppa tra il vecchio avaro forse insensibile o solo lucido, l’audace mamma del rapito che non si dà per vinta e il realista ex uomo della Cia esperto in trattative, non importa se siano contratti o persone. Christopher Plummer, Michelle Williams e Mark Wahlberg incarnano con mano sicura i tre personaggi, e si sente la mano di Scott nel racconto delle dinamiche in gioco, anche dei sentimenti dissimulati.
Il francese Romain Duris appare nei panni un po’ inverosimili del rapitore buono detto “Cinquanta”, mentre l’americano Charlie Plummer è il giovane rapito al quale “il dottore” taglia l’orecchio senza anestesia; sul versante italiano si riconoscono Marco Leonardi, ormai esperto del ramo malavita calabrese, Nicolas Vaporidis, Giulio Base e Olivia Magnani. Nelle loro carriere, diciamolo, hanno fatto di meglio.
PS. Il vero John Paul Getty senior morì nella realtà il 6 giugno 1976, non durante il sequestro come invece appare nel film, chissà perché.

Michele Anselmi

Lascia un commento