LA BENEDETTA FOLLIA DELLE DONNE FA BENE A CARLO VERDONE. MA CHE C’ENTRA QUEL BALLETTO ALLA “BIG LEBOWSKI”? NULLA

L’angolo di Michele Anselmi

Che cosa ci fa un’infinita sequenza onirica di balletto, in chiave di survoltato sballo psichedelico a sfondo sexy-religioso, diciamo più alla “Big Lebowski” che alla Antonello Falqui, in una commedia di Carlo Verdone? In effetti non si capisce bene. O forse sì: l’hanno voluta ad ogni costo i nuovi sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti, curandola nei dettagli insieme al coreografo Luca Tommassini, pensando forse che avrebbe introdotto un ramo di “benedetta follia” nel cinema del comico romano. Che infatti s’è fidato, esponendosi, non so quanto convinto, all’esperimento.
In realtà la scena danzante finisce solo col fare da spartiacque tra le due parti del film, che esce l’11 gennaio con la Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis: la prima è formidabile, davvero divertente e riuscita, in ogni dettaglio, come forse non succedeva dai tempi di “Io loro e Lara”; la seconda, più asprigna e carezzevole insieme, costruita su un continuo rilancio di trovate sceneggiatorie, corrisponde probabilmente all’attuale stato d’animo del 67enne regista e attore, il quale parla, non a caso, di “un finale all’insegna di un sentimento di leggerezza, serenità e pacatezza”.
Naturalmente “Benedetta follia” riporta Verdone sul terreno a lui più congeniale: quello del rapporto con le donne. Incasinate, spiazzanti, scandalose, mitomani, gasate, nevrotiche. All’occasione anche fragili, ma non più di tanto. Del resto, si sa, il comico dà il meglio di sé nella guerra dei sessi, perché l’imbarazzo crea tensione e la tensione produce risate. Figurarsi nel caso in questione.
Capita infatti che Guglielmo Pantalei sia un cerimonioso commerciante che vende oggetti, arredi e paramenti sacri dalle parti del Pantheon (il film è stato girato nel vero negozio De Ritis). Timorato di Dio e in ottimi rapporti col Vaticano, l’ometto sta per festeggiare i suoi 25 anni di matrimonio con la moglie Lidia senza immaginare che, di lì a poco, la donna gli confesserà di non amarlo più e di preferirgli la giovane commessa lesbica. Seguono crollo psicofisico, giornate a perdere, pranzi solitari al ristorante, finché, stanco di cercare una sostituta, accetta di prendere in prova per un mese una ragazza sciroccata e sensuale, Luna, che viene da Tor Tre Teste, dove si guadagnava da vivere con la lap-dance.
Due mondi all’opposto, avrete capito: Guglielmo ripiegato in se stesso e vergognoso di tutto, Luna esuberante e dalla battuta peperina. “Lei si deve riesumare” bofonchia la fanciulla, la quale ha i suoi guai e i suoi debiti da pagare; ma intanto iscrive il principale sotto botta a “Lovit”, la app più calda del momento, e da quel momento per il venditore di paramenti sacri sarà l’inizio di un erotico incubo a occhi aperti.
Se l’andamento della commedia è abbastanza classico, bisogna riconoscere che “Benedetta follia” introduce, rispetto al recente passato, un ritmo più brioso e birichino, anche maliziosetto, sicché persino l’episodio rischioso del cellulare, finito per un gioco erotico maldestro nel ventre di una ragazza appena conosciuta, viene risolto tutto sommato senza infamia e senza lode nel crescendo farsesco (però la strizzatina d’occhio all’orgasmo di “Harry, ti presento Sally” si poteva evitare).
Costruito, drammaturgicamente, su una sorta di scontro di classe con annessi antropologici, “Benedetta follia” rovescia presto l’assunto mostrando che la diversità dei mondi spesso fa bene alla vita, e anzi la può rimettere in moto. Da questo punto di vista i duetti tra Verdone e Ilenia Pastorelli, vista in “La chiamavano Jeeg Robot” e qui esaltata in ogni senso, sono spassosi, ben calibrati, neanche troppo prevedibili (pure lei ha una vita familiare segreta che scopriremo strada facendo). Ma s’intonano bene al clima generale anche le altre attrici coinvolte: specialmente Lucrezia Lante della Rovere e Maria Pia Calzone, nei panni rispettivamente dell’indecisa moglie in fuga e di una dolce infermiera di cui forse innamorarsi.
Il mattatore va sul sicuro quando, prendendo le misure a un porporato incline a ingrassare, fa: “Eminenza, mi faccia il gesto dell’offertorio”. Verdone conosce i tempi della comicità, sa quando deve farsi da parte nella partitura corale, anche se qui, forse, sembra mostrare una comprensibile preoccupazione. Sarà perché nessuno, neppure tra i maghi del box-office, sa più bene come risponderà il pubblico, le formule del divertimento sono tutte saltate, bisogna solo sperare di averci preso, di aver interpretato qualcosa nell’aria.
PS. Ci sono tante canzoni nel film, ma chi conosce Verdone sa che la sua prediletta è quella che piazza sui titoli di testa: “This Train” del chitarrista blues Joe Bonamassa.

Michele Anselmi

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