QUATTRO GOLDEN GLOBE PER “TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI”. UN FILM STRAORDINARIO, NON SOLO PER FRANCES MCDORMAND

L’angolo di Michele Anselmi

Quattro premi freschi freschi ai Golden Globe per “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”: miglior film drammatico, migliore sceneggiatura, migliore attrice protagonista, cioè Frances McDormand, migliore attore non protagonista, cioè Sam Rockwell. Un bel viatico per l’opus n. 3 dell’inglese Martin McDonagh che, dopo l’applaudita anteprima mondiale alla Mostra veneziana 2017, esce giovedì 11 nelle sale italiane, distribuito da 20th Century Fox. Se c’è un film da vedere subito, a parere di chi scrive, be’ è proprio questo, specialmente se lo trovate in lingua originale con i sottotitoli.
George Bernard Shaw teorizzava che “inglesi e americani sono due popoli divisi dalla stessa lingua”. Vero, probabilmente. E tuttavia la lingua madre aiuta se dalla vecchia Europa si va negli Stati Uniti per girarvi un film di ambientazione squisitamente americana. Ogni riferimento a Paolo Virzì e al suo “Ella & John” non suoni casuale. La controprova viene da “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, scritto e diretto dal drammaturgo londinese, sia pure figlio di irlandesi, Martin McDonagh. Classe 1970, ha diretto film bizzarri come “In Bruges” e “7 psicopatici”, ma questo nuovo, dal titolo ironicamente descrittivo, è di sicuro il suo migliore.
Siamo appunto a Ebbing, cittadina nello Stato del Missouri (confederato all’epoca della Guerra Civile, la banda di Jesse James veniva da lì). Dove, estenuata dal disinteresse della polizia riguardo alla morte atroce della figlia, rapita, stuprata e bruciata, la tosta Mildred Hayes decide di noleggiare per un anno tre enormi cartelloni pubblicitari dismessi sulla strada, ormai poco frequentata, che porta in città. Lì affigge, su fondo rosso, un’unica scritta divisa in tre parti che suona come un atto d’accusa nei confronti dello stimato sceriffo Willoughby.
La donna, pure mollata dal marito per una diciannovenne, è rabbiosa, esacerbata, esige di riaprire le indagini ferme da sette mesi. Come un caterpillar, Mildred non guarda in faccia a niente e nessuno, neanche il tumore al pancreas che sta uccidendo Willoughby sembra fermarla. E intanto, nell’intrecciarsi di eventi sempre più minacciosi, tra suicidi, incendi e minacce, anche il poliziotto più fesso del posto, un certo Dixon, sembra finalmente deciso a cercare la verità.
“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” non è solo ben scritto e recitato. Lo spunto della vendetta materna, tipico di un certo cinema americano di svelto consumo, viene maneggiato da McDonagh con vivo senso dello spettacolo e densa ambiguità etica. Il guscio è da commedia nera, con personaggi buffi, battute fulminanti e rigurgiti “suprematisti”, ma rispetto, per dire, a “Suburbicon” di George Clooney tutto è tenuto insieme meglio, senza affondi farseschi, in bilico tra apologo morale e ballata sudista, in linea con il dilemma che attraversa un po’ tutta la vicenda. Quale? Ogni azione, anche commessa a fin di bene, rischia di produrre conseguenze inattese, anche nuove ingiustizie.
Francis McDormand è prodigiosa, come sempre, nel dare corpo a questa madre scorticata e risoluta, molto country nel suo completo da lavoro jeans e nella bandana in testa, dalla lingua tagliente e lesta a menare le mani. Ma non sono da meno Woody Harrelson, finalmente toccante e non fuori controllo, e Sam Rockwell, al solito survoltato, nei rispettivi ruoli dello sceriffo malato e del suo vice razzista. Le note accattivanti di “The Night They Drove Old Dixie Down” ci ricordano in che America siamo. Anche se il finale aperto istilla nello spettatore un palpito di ragionevole speranza sulla natura umana.

Michele Anselmi

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