VIRZÌ FA L’AMERICANO ON THE ROAD MA IN ITALIA GLI VIENE MEGLIO. IN FUGA VERSO IL SUD, SUTHERLAND E MIRREN GIGIONEGGIANO

L’angolo di Michele Anselmi

Si parte con “It’s Too Late” di Carol King e si chiude con “Me and Bobby McGee” urlata da Janis Joplin. Le canzoni, tra il nostalgico e l’evocativo, non mancano di certo in “Ella & John”, il film americano di Paolo Virzì che, dopo l’anteprima in concorso alla Mostra di Venezia 2017, esce nelle sale con 01-Raicinema giovedì 18 gennaio.
L’ho voluto rivedere, perché al Lido proprio non m’era piaciuto. Confesso: la seconda volta m’è piaciuto ancora di meno. Paolo Virzì è un brillante regista, tra i più bravi in Italia: sa scrivere bene, specie quando faceva coppia fissa con Francesco Bruni, trae sempre il meglio dai suoi attori, possiede il senso della “commedia umana”, ha precisato con gli anni uno stile personale e popolare allo stesso tempo. Tuttavia “Ella & John”, tratto dal romanzo di Michael Zadoorian “The Leisure Seeker” da noi edito col titolo “In viaggio contromano”, non mi pare proprio una riuscita. Un qualsiasi regista anglosassone di medio calibro avrebbe girato la storia “on the road” esattamente così, se non meglio, alternando situazioni umoristiche e affondi drammatici, panorami suggestivi e torsioni asprigne.
Virzì non è al suo primo film americano. Però “My name is Tanino” fu realizzato in situazioni produttive umilianti, nel cuore del tracollo di Cecchi Gori; mentre oggi, reduce dal successo di “La pazza gioia” e già al lavoro sul montaggio del nuovo “Notti magiche”, il cineasta livornese gode giustamente di mezzi e opportunità (produce e distribuisce Raicinema-01). Infatti ha potuto ingaggiare due interpreti di levatura internazione, come il canadese Donald Sutherland e l’inglese Helen Mirren, per animare l’ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani. Cambia un po’ il percorso rispetto alla pagina scritta, la sceneggiatura firmata con Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Stephen Amidon aggiunge qualche digressione al cine-racconto, ma resta intatto il cuore della storia.
“The Leisure Seeker” significa “il cercatore di svago”, dal nomignolo dato qui a un camper Indian della Winnebago molto in voga nei primi anni Settanta. È su un vecchio esemplare del 1975 che Ella e John, il 29 agosto 2016, salgono una mattina senza dir nulla ai figli quarantenni, per un viaggio verso Sud dai contorni altamente simbolici. La destinazione è Key West, dove c’è la famosa casa di Hemingway, e non sarà facile arrivare fin lì dal Massachusetts. Ella, ormai devastata dalle metastasi, ha deciso di sottrarsi a inutili cure mediche, ma non riesce a separarsi dalla sua parrucca; John, malato di Alzheimer (anche se non si dice mai), alterna momenti di lucidità a stati di rimbambimento totale, e sempre più spesso se la fa sotto.
Virzì definisce il suo film “una ballad buffa e triste, con qualcosa di irragionevole e pazzoide, ma vitale e felice”. Secondo i canoni del genere picaresco, sia pure in chiave crepuscolare, il film pedina i due anziani – lui prof colto e democratico, lei concreta e repubblicana – in quella fuga liberatoria verso la libertà dai condizionamenti dell’età. E intanto, a ogni fermata, le diapositive proiettate sul camper rievocano gioventù, viaggi e tappe di quella vita in comune. Amorosa, litigarella, non sempre lineare, con qualche scheletrino nell’armadio.
Naturalmente Sutherland & Mirren arpeggiano su tutta la tastiera della commozione, si fa un gran parlare di Joyce, Melville, Faulkner, si cita il racconto “La breve vita felice di Francis Macomber” di Hemingway, echeggia anche una canzone di Bob Dylan e una piccola manifestazione pro-Trump offre il pretesto per lo sfottò democratico d’obbligo. Il film, fitto di battute sulla vecchiaia invalidante e di incontri bizzarri, sfodera un andamento lento, prevedibile, poco toccante (almeno a parere del sottoscritto), pure alcune scene davvero venute male: l’ospizio, la rapina, il motociclista Hell’s Angel in soccorso…
Si ha come la sensazione che le due star in cartellone, doppiate per la versione italiana da Giancarlo Giannini e Ludovica Modugno, siano state lasciate un po’ a se stesse, libere di impossessarsi del film, in un crescendo di faccette e mossette. Di sicuro Virzì replica un po’ lo schema di “La pazza gioia”. Ma si rimpiangono, suppergiù sulla stessa materia, film come “A proposito di Schimdt” e “Little Miss Sunshine”. Però risuona una battuta carina. John detesta i boxer e indossa solo slip. Lei, estenuata, gli chiede perché, lui risponde: “Per il controllo”.

(Nelle foto: un disegno di Paolo Virzì che raffigura i due protagonisti della storia, sopra Donald Sutherland ed Helen Mirren col regista durante le riprese)

Michele Anselmi

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