“UN SACCHETTO DI BIGLIE”, IL TITOLO NON SARÀ TRAVOLGENTE, MA L’ODISSEA DI DUE BAMBINI EBREI NELLA FRANCIA NAZISTA SÌ

L’angolo di Michele Anselmi

Si avvicina il “Giorno della Memoria” e c’è chi, valorosamente, continua a distribuire film sul tema, sfidando la distrazione del grande pubblico, pure un’aria fetida e razzista che sta attraversando tutta l’Europa in riferimento alla tragedia della Shoah. Poi, naturalmente, conta la qualità dei film. E “Un sacchetto di biglie” è una bella sorpresa, benché l’argomento non sia dei più sorridenti.
Nelle sale da giovedì 18 gennaio con Notorius Pictures, il film del canadese francofono Christian Duguay, lo stesso regista di “Belle & Sebastien”, è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Joseph Joffo, molto noto non solo in Francia. Il titolo non sarà travolgente, però la storia, tanto più perché vera, sì. Trattasi di una sorta di “road movie” che ricostruisce l’avventuroso viaggio di due bambini ebrei, il piccolo Joseph e il fratello maggiore Maurice, nella Francia filo-nazista del maresciallo Pétain. Tranquilli, tutti e due ce l’hanno fatta, infatti una fotografia li ritrae vecchietti arzilli e sorridenti sui titoli di coda (l’immagine è davvero toccante, pensando a tutto ciò che hanno dovuto passare da piccoli).
Figli minori del barbiere parigino Roman, così dignitoso, retto e fiero da confessarsi ebreo a due ufficiali tedeschi casualmente entrati nella bottega per tagliarsi i capelli, Joseph e Maurice scoprono una notte del marzo 1942 che la piccola stella gialla di stoffa cucita sul cappotto è l’anticamera di una morte sicura. I genitori consegnano loro un rotolo con 20 mila franchi, li istruiscono a dovere sui modi per non farsi turlupinare e li spediscono nella “zona libera”, giù al sud. Senza documenti e con le vesciche ai piedi, i due ragazzini scampano all’arresto su un treno grazie a un prete che li prende sotto protezione; ma è solo l’inizio di un’avventura che li porterà prima nei boschi e sulle montagne, poi a Marsiglia dove ritrovano i genitori e i fratelli maggiori, infine in una specie di collegio infiltrato di spie e sorvegliato dalla Gestapo. E il peggio deve ancora venire.
Con astuzia, coraggio, ingegno, i due “piccoli eroi” della vicenda attraversano due anni e mezzo atroci, vedendo amici e conoscenti morire, per ritrovarsi miracolosamente a Parigi nell’agosto 1944. I vestiti, ormai laceri, stanno stretti e corti, però la città è finalmente libera. La biglia azzurra e sbrecciata custodita in tasca da Joseph ha portato fortuna a entrambi.
“Un sacchetto di biglie”, rispetto ad altri film sull’argomento, ha il pregio di avere un ritmo sostenuto, appunto “avventuroso”, i riferimenti al cinema popolare di Claude Berri si possono cogliere o no, ma di sicuro Duguay sa intrecciare bene le peripezie dei due bambini con i personaggi di contorno, che poi tanto di contorno non sono: i due prelati cattolici disposti a rischiare tutto, il medico ebreo costretto dai tedeschi a verificare le circoncisioni, il libraio collaborazionista e antisemita con figlio assassino nella milizia.
Ma sono soprattutto i due bambini, incarnati da Dorian Le Clech (Joseph) e Batyste Fleurial Palmieri (Maurice), a rendere avvincente il racconto dell’esodo, in una progressione di eventi drammatici, solo a tratti buffi, che schianterebbe chiunque. Istruiti a sospettare di tutto e tutti, riusciranno infine a compiere un gesto pietoso anche nei confronti di chi li avrebbe volentieri spediti in un lager.
Nel cast, in chiave di partecipazioni speciali, ci sono anche Christian Clavier e Kev Adams, mentre il cantante Patrick Bruel, nel panni del padre affettuoso e realista, fa dimenticare la sua prova in un brutto film italiano visto a Venezia 2017: “Una famiglia”.

Michele Anselmi

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