TOGLI ZALONE E PURE NUNZIANTE, IL SUO REGISTA, FA CILECCA. PERÒ “IL VEGETALE” UN MERITO CE L’HA: RIDICOLIZZA IL JOBS ACT

L’angolo di Michele Anselmi 

Era prevedibile: togli Checco Zalone e il suo fedele regista Gennaro Nunziante, pugliese come il mattatore, fa subito cilecca. “Il vegetale”, costruito attorno alla figuretta di Fabio Rovazzi, quello del tormentone musicale 2016 “Andiamo a comandare”, sembra provenire da un indistinto cine-passato, anche se la commedia è ambientata nella Milano odierna, tutta vetro, acciaio e pubblicità. Diciamo un tardo film di Renato Pozzetto riveduto e corretto, benché siano diverse le stazze fisiche.
Sui titoli di coda viene ringraziato il poeta Davide Rondoni per aver contribuito con alcuni suggerimenti, immagino “poetici”, alla stesura della storia, specie nella sua deviazione ecologico/campagnola; ma purtroppo temo che la migliore recensione del film, nelle sale da giovedì 18 gennaio con la Disney, sia iscritta nel titolo stesso: appunto “Il vegetale”. Nel senso di inerte. Davvero non si capisce neanche bene perché, nel prendere le distanze dal “politicamente scorretto” di Zalone, sia pure all’acqua di rose e ormai ampiamente digerito da tutti, Nunziante abbia escogitato una vicenda così esile, pallida, insipida.
Rovazzi (il personaggio si chiama come l’attore-cantante) è un ventenne onesto, stralunato e ingenuo che sogna di “diventare un leader e far parte della società che conta”, ma ogni volta gli rifilano una fregatura. Dopo un colloquio presso una prestigiosa società di marketing si ritrova a distribuire, sottopagato, volantini per tutta Milano. Intanto la sua vita va a rotoli: la fidanzata lo lascia per fare la cameriera a Londra e gli rifila pure il cane; l’amico porta-sushi con il quale divide il piccolo appartamento non lo sopporta più; il padre affarista e gaudente, alle prese con una bieca speculazione edilizia legata a un inceneritore, finisce in coma; la sorellina di secondo letto Nives, viziata e prepotente, lo tratta come una pezza da piedi. E il peggio deve ancora venire. Uno stage fuori Milano, presentato come l’anticamera dell’assunzione, puzza di fregatura: così Rovazzi, nel suo completo nuovo, finisce col raccogliere pomodori e verdure varie agli ordini di un “caporale” africano.
“Dopo aver rovinato la discografia italiana mi sembra giusto rovinare anche il cinema” scherza Rovazzi, presentando quello che potremmo definire un “film-felpa” (ne cambia una decina durante la vicenda, tutte uguali ma di diverso colore). In realtà, “Il vegetale” ha poco da rovinare: a occhio passerà come una meteora nelle sale di fine gennaio, e tuttavia rivela una certa idea – frusta, lessa e anacronistica – di commedia giovanile sull’integrazione in chiave pop. Infatti l’apporto di attori come Luca Zingaretti e Ninni Bruschetta non migliora granché il quadro, neanche il siparietto con Barbara D’Urso nei panni di se stessa se è per questo; e il recupero di “Una domenica così” (1967) di Gianni Morandi, che echeggia in una specie di festa all’aperto, risponde alla moda nostalgica.
Ad ogni buon conto, un merito “Il vegetale” ce l’ha: senza volerlo, forse, racchiude un formidabile attacco al “Jobs Act” venerato da Matteo Renzi. Però bisogna arrivare alla fine del film.

Michele Anselmi

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