UNA RIUSCITA IL FILM TV SU DE ANDRÉ. DUE GIORNI IN SALA: 23-24. MARINELLI NON PARLA IN GENOVESE, MA CANTA E SUONA BENE

L’angolo di Michele Anselmi

Invece è una bella riuscita il film “Fabrizio De André. Principe libero”. Perché “invece”? In parecchi, incluso il sottoscritto, avevano un po’ storto il naso di fronte al trailer nel quale l’attore protagonista Luca Marinelli smozzicava alcune parole con cadenza vagamente romanesca, poco intonata all’inimitabile voce del cantautore genovese. Non che Marinelli si sia sforzato granché in materia, magari per non risultare artificioso nell’interpretazione; però la miniserie di Luca Facchini, prodotta da Angelo Barbagallo insieme a Rai Fiction, è un omaggio onesto e ben congegnato, a tratti anche toccante, alla figura di De André (1940-1999).
Pezzatura lunga, quasi 200 minuti: al cinema il film esce, a mo’ di evento speciale, solo il 23 e 24 gennaio; una ventina di giorni dopo, il 13 e il 14 febbraio, si potrà vederlo in due puntate su Raiuno.
Sul manifesto, forse l’avete notato, c’è De André-Marinelli di spalle su un palco: seduto su una sedia, camicia rossa, una chitarra Ovation (di quelle che andavano di moda negli anni Settanta e oggi nessuno vuole più) tra le mani. Il cantautore detestava suonare dal vivo, per un misto di ansia e timidezza, ma quando nel 1975 il mitico patron della Bussola, Sergio Bernardini, gli offre 60 milioni di lire per una serie di concerti anche il riluttante ribelle genovese si fa quattro conti e accetta di esibirsi con una band rock. Tre anni dopo, nel 1978, la Pfm lo convince a tornare sul palco: e sarà un successo clamoroso, con tanto di doppio album live.
È possibile, anzi probabile, che gli esegeti di De André avranno da ridere su alcune “libertà”, tra il biografico e il musicale, rivendicate dal copione firmato da Facchini insieme a Giordano Meacci e Francesca Serafini; e immagino, specie a Genova, qualche mugugno sul versante della verosimiglianza dialettale. Tuttavia, come si diceva, “Fabrizio De André. Principe libero”, non è un documentario, si rivolge al pubblico generalista della Rai, certo con le scaltrezze richieste dalla prima serata, ma lo fa senza rinunciare alla qualità cinematografica, anche a un preciso punto di vista. Che poi è quello messo in chiaro dal regista: “Il centro del racconto doveva essere Fabrizio e la ricerca della propria libertà, personale e professionale”. Contro tutto e tutti, aggiungerei.
Senza svelare troppo: il film parte dalla calda sera del 29 agosto 1979, quando De André e Dori Ghezzi vengono rapiti nella loro tenuta sarda in Gallura, e da lì si diparte un lungo flashback che risale fino alla Genova del 1954 per poi tornare ai mesi durissimi del sequestro, finito bene, con il pagamento di un riscatto di 2 miliardi di lire. Del resto il padre facoltoso e potente, era ben inserito nei più diversi campi (scuole, giornali, politica, industria dello zucchero), e per fortuna non si comportò come Paul Getty senior, almeno per come ce lo descrive “Tutti i soldi del mondo”.
Ciuffo ribelle a coprire l’occhio sinistro, sigaretta perennemente tra le dita, gran bevitore di vino e whisky, il De André di Luca Marinelli è un po’ come ce l’immaginiamo: l’artista irrequieto, anarchico e scandaloso che rifiuta la condizione alto borghese per frequentare le puttane dei caruggi e poeti solitari come Riccardo Mannerini. Il padre, fissato con Mozart, profetizza per lui un futuro da violinista e poi da professore, lui invece preferisce arpeggiare sulla chitarra e scrivere ballate che si ispirano ai versi di Rimbaud e Villon. Via via appaiono nella storia l’amico fedele Paolo Villaggio, il collega tormentato Luigi Tenco, la futura moglie Enrica Rigno detta “Puny”, madre di Cristiano, la donna della sua vita Dori Ghezzi, madre della seconda figlia Luvi, pure la saggista e americanista Fernanda Pivano.
Pare che Cristiano De André poco abbia gradito l’idea di girare un film sulla figura del padre, e forse si può capirlo alla luce delle vicende personali; al contrario, Dori Ghezzi ha collaborato con convinzione, fornendo dettagli, ricordi, anche oggetti, alla fattura della miniserie che certo un po’ la glorifica. Ma resta il valore di un ritratto umano e musicale che fa di “Fabrizio De André. Principe libero” un film godibile, abbastanza accurato sul piano della ricostruzione, di sicuro capace di elevarsi rispetto agli standard televisivi di cine-biografie simili, penso a quelle su Rino Gaetano o Domenico Modugno.
Affrancato dai soliti ruoli di balordo adrenalinico, Marinelli sfodera a tratti una somiglianza impressionante con De André, specie quando indossa gli occhiali scuri e manda a quel paese gli astanti; in più canta bene alcune delle canzoni e suona per davvero la chitarra (il che non guasta, come insegna “A proposito di Davis” dei fratelli Coen). Il versante femminile è coperto da Elena Radonicich che fa l’algida Puny e da Valentina Bellé che fa l’avvolgente Dori. Paolo Villaggio si riconosce al volo nella caratterizzazione di Gianluca Gobbi, mentre Ennio Fantastichini, Tommaso Ragno e Matteo Martari sono rispettivamente il padre Giuseppe, il poeta Mannerini e Luigi Tenco.
Oltre una quarantina, tra originali e rifatte, le canzoni di De André che trapuntano il racconto, e sarà difficile, per chi è cresciuto con quelle melodie, non commuoversi, magari di nascosto. Detto questo, avevano ragione i suoi discografici degli esordi con l’etichetta Karim quando gli fecero cambiare un verso di “La città vecchia”, affinché fosse trasmessa alla radio. La versione di De André diceva: “Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica troia / Quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia”. Nella versione che tutti conosciamo la rima è tra “pubblica moglie” e “tue voglie”. Meglio, no?

Michele Anselmi

Lascia un commento