LIGABUE CI RIPROVA COL CINEMA: DOVEVA FERMARSI AL DISCO. “MADE IN ITALY” COME BALLATA ROCK SUL BEL PAESE IN VACCA

L’angolo di Michele Anselmi 

Sinceramente? Ligabue avrebbe fatto meglio a fermarsi al disco “Made in Italy”. Invece, di concept in concept, che poi è lo stesso, il rocker di Correggio ha voluto riprovarci col cinema, a circa sedici anni dal suo secondo film, che già era venuto maluccio. Perché l’ha fatto? Perché, scrive sulle note di regia, “è una storia che ho creduto valesse la pena di raccontare”. Due volte? Sì, due volte. Se il cd, uscito nel 2016, quattordici canzoni per complessivi 49 minuti di musica, era “una dichiarazione d’amore frustrata verso questo Paese raccontata attraverso la storia di un personaggio”, il film impiega 104 minuti per dire, meno bene, suppergiù le stesse cose.
Prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci e distribuito da Medusa, “Made in Italy” arriva giovedì 25 gennaio nelle sale, e magari i fan del 58enne musicista/romanziere/poeta/regista accorreranno numerosi per vedere sullo schermo la vita tumefatta e rabbiosa di Riko, l’operaio emiliano che fabbrica mortadelle ma sogna di fare il ballerino con la giacca rossa di pelle a frange e i pantaloni borchiati e svasati (titoli di testa).
Non c’è più Antonello Grimaldi, che un corposo aiuto aveva dato al Ligabue di “Radiofreccia” e “Da zero a dieci”, a tenere un po’ strette le maglie della regia, sicché il cantante-timoniere qui elabora un’idea di cinema, sulla falsariga del cd, che potremmo sintetizzare così: i personaggi iniziano a parlare, dopo un po’ non sanno più che cosa dire, parte la canzone corrispondente alla situazione, la sequenza si fa muta, affinché l’emozione sia tutta affidata alla musica. Una volta va bene, cinque o sei no. Mica è un musical, “Made in Italy”.
Del resto, Ligabue, qui pure sceneggiatore unico, lo conoscete: da emiliano sanguigno, gli piace sgranare frasi a effetto, tra il macho e l’esistenziale, del tipo: “È un attimo farsi andare bene tutto”, “Facciamo sera tra i maiali” o “Cambia te invece di aspettare i cambiamenti”. I suoi personaggi parlano così, sono scorticati, rissosi, fanno a pugni ma in fondo sono sensibili, un po’ da provincia americana trasportata dalle parti di Reggio Emilia.
Il film parla di spread e licenziamenti, di sogni infranti e comunità rinsecchite, di razzismo strisciante e italiani a pezzi, insomma del famoso “rancore sociale” fotografato dal Censis sul finire del 2017; anche se, naturalmente, la storia fa di Riko una sorta di antieroe dei nostri tempi. Da trent’anni insacca carne di porco, il vecchio padre è svalvolato, la moglie parrucchiera Sara ha un amante (pure lui se la fa con una collega in fabbrica), il figlio adolescente vive rintanato nella soffitta della casa campagnola forse da vendere.
Poi, certo, ci sono gli amici con i quali far bisboccia in discoteca, giocare a carte e tirare mattina. Uno di questi, detto Carnevale, è un pittore ludopatico che ha dilapidato il patrimonio di famiglia, e adesso sono in tanti a chiedergli i soldi indietro. Quando anche Riko viene licenziato, perché la mortadella italiana costa più di quella straniera, tutto crolla, un po’ come succedeva in “La bella vita” di Paolo Virzì. E non sarà facile per l’operaio in camicia da cowboy che gira con una vecchia e gloriosa Citroën Ds5, rimettere insieme i pezzi della propria vita.
Schematizzando un po’, “Made in Italy” (il titolo anglofono è fortemente simbolico) intreccia i cine-riferimenti più diversi, riecheggia pure “La Grande Bellezza” nella gita romana, secondo una drammaturgia a forti tinte. Pioggia scrosciante, nasi rotti, auto prese a martellate, scontri con la polizia, il suicidio che grava come un’ombra scurissima e liberatoria, tante lampadine accese a mo’ di fiera paesana, un figlio nato e subito morto, soprattutto una domanda, appunto esistenziale: “Che ci faccio io qui?”. Ah, saperlo.
Stefano Accorsi e Kasia Smutniak sono Riko e Sara, pronti a lasciarsi e a riprendersi, a odiarsi e amarsi, senza sesso e con sesso. Hanno fatto di meglio al cinema. Non manca la citazione da Pavese in uno dei sottofinali. Poi, certo, “un Paese ci vuole” per vivere meglio.
Un merito però ce l’ha, il film di Ligabue, dico sul serio: getta uno sguardo non convenzionale sui poliziotti e sui “padroni”, non li ritrae solo come scherani del potere e capitalisti squali.

Michele Anselmi

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