BRAVO LUCA GUADAGNINO, ADESSO CHIAMATI COL TUO NOME E MAGARI SMETTI DI CITARE OVUNQUE I TUOI “PADRI ISPIRATORI”

L’angolo di Michele Anselmi

Davvero non capisco perché Luca Guadagnino, che è un bravo regista, dotato di una sua salda poetica, perda tanto tempo a parlare ovunque dei “padri ispiratori”. Che poi sono sempre gli stessi: Renoir, Rohmer, Rivette e Bertolucci (una volta c’era anche De Palma, oggi un po’ caduto in disgrazia). Tre cineasti francesi, più uno, Bertolucci, piuttosto infranciosato. Abbiamo capito.
L’ispirazione che gli serve, oggi che è stato “scoperto” anche in quell’talia natia a lungo avara di attenzioni nei suoi confronti, forse è un’altra. Provi a fare qualcosa di realmente personale, non solo remake di “La piscina” e “Suspiria” o film di esangue matrice letteraria. A 46 anni compiuti può benissimo congedare la cinefilia sfrenata e giovanile. Per dire: non avrebbe bisogno di teorizzare, dopo aver girato cinque film in tutto, che tre di essi compongono già “una trilogia sul desiderio”, cioè “Io sono l’amore”, “A Bigger Splash” e questo nuovo “Chiamami col tuo nome”, che esce proprio oggi in Italia, 25 gennaio, dopo aver ricevuto quattro nomination all’Oscar. In buona misura: si prenda un po’ meno sul serio.
Detto questo, al netto delle tifoserie, il suo film è riuscito, anche elegante e soffuso, certo da vedere, per quanto, parere personale, non proprio palpitante o travolgente. Sfodera una coerenza estetica in linea con la vicenda che racconta, desunta dal romanzo “Call by Your Name” di André Aciman (Guanda editore) adattato per lo schermo da James Ivory, si inoltra nelle strettoie di un amore giovanile, turbato e squassante, perché in bilico tra doverismo eterosessuale e accensione omosessuale.
L’andamento del racconto è quieto, solare, calmo, e certo, volendo fare bella figura, si possono evocare “Una gita in campagna” di Renoir e “Io ballo da sola” di Bertolucci, ma sarebbe inutile. Perché Guadagnino distende il suo sguardo con piglio originale su una piccola comunità di facoltosi intellettuali, i Perlman, che ogni estate si trasferiscono nella sontuosa villa del XVII secolo dalle parti di Crema.
Siamo nel 1983. Il clima è tra l’ilare e il rilassato, l’andirivieni di belle ragazze in bicicletta fermenta allegria, la chiacchiera è poliglotta (inglese, francese, italiano, tedesco), almeno nella versione originale. Naturalmente il padrone di casa è un eminente professore universitario specializzato in cultura greco-romana, infatti si registra una certa frenesia per una suggestiva statua di scuola Prassitele, un pugilatore, appena recuperata nel lago di Garda. L’agitazione cresce quando arriva nella villa, ogni anno il prof Perlman ne ospita uno, un dottorando americano che più americano non si può. Alto, biondo, gentilmente sbrigativo, alquanto pragmatico, il ventiquattrenne Oliver è l’uomo del “see you later”, ci si vede dopo. Un marcantonio alto e apollineo, sempre in pantaloni corti e scarpe Converse, che fa innamorare tutti di sé. Il più coinvolto, dopo un iniziale sentimento di antipatia, è il diciassettenne Elio, figlio del padrone di casa. Magro, pallido, bello e irrequieto, pure annoiato, Elio suona il pianoforte, trascrive partiture musicali, si diverte a eseguire variazioni di Bach, soprattutto flirta con l’amica Marzia, in attesa di finirci a letto insieme. Succederà, ma da un pezzo s’è capito che l’adolescente è attratto dall’ospite, non poi così riluttante a farsi coinvolgere, che dorme nella stanza accanto.
Corse in bicicletta nelle campagne riarse, bagni nei ruscelli o nelle fontane, piccoli sotterfugi, citazioni da Eraclito e Diabolik a fumetti, parole non dette, delicati amplessi notturni, pesche “penetrate” e spremute sul corpo (scena cult)… Elio, Oliver e un po’ Marzia sperimentano sulla loro pelle un desiderio che, per dirla con Guadagnino, “non spinge al possesso, al rimpianto o al disprezzo”, bensì esplora “l’idillio della giovinezza”, secondo quanto teorizzato da Truman Capote. E cioè: “L’amore, non avendo mappe, non conosce confini”. Suona bene.
In effetti “Chiamami col tuo nome”, il titolo viene da un romantico gioco amoroso all’insegna della reciprocità, non ha nulla di scabroso o compiaciuto, semmai qualcosa di mitologico e panteistico, le scene d’amore, in linea con il romanzo di formazione, sono più evocate che mostrate, a tratti con dettagli buffi, una volta la cinepresa si gira addirittura da un’altra parte, per una sorta di pudore. Ma sotto sotto i sentimenti ardono, con effetti devastanti, al punto che i genitori di Elio, compiendo un dolcissimo passo indietro, suggeriscono addirittura al figlio di allontanarsi con Oliver per una brava vacanza, prima che l’estate finisca e lui riparta verso un improbabile matrimonio.
Possibile che Oliver incarni, nella prospettiva di Guadagnino, una certa idea di baldanza americana da destrutturare. L’uomo è muscoloso e piacione, sicuramente un tentatore (ma non alla Terence Stamp di “Teorema”), tuttavia scosso da un tormento interiore tenuto a bada, o mascherato abilmente, per evitare che tutto vada in pezzi. Magari anche per questo i giurati dell’Academy hanno apprezzato tanto “Chiamami col tuo nome”. Certo non per i riferimenti al quadro politico, disseminati qua e là, chiari solo a noi italiani: Grillo che in tv sfotte i socialisti, la vivace discussione a tavola su Craxi e il pentapartito, gli spot pubblicitari che interrompono i film di Buñuel. Echeggia anche una frase, a un certo punto, che dice: “Il cinema non risolve tutti i problemi”. Vai a sapere se suona come una piccola autocritica.
Guadagnino distribuisce con cura gli inserti musicali, perlopiù pianistici, e affida a una luce naturale, dalle tonalità soavi e agresti, lo scorrere degli eventi. Timothée Chalamet e Armie Hammer sono i due amanti, Michael Stuhlbarg e Amira Casar i due genitori, Esther Garrel la malinconica Marzia. Tutti intonati alla partitura, specie Chalamet, non a caso candidato all’Oscar. La sequenza sui titoli di coda, un lungo primo piano del giovanotto di fronte al fuoco del camino, mentre fuori nevica e gli occhi stingono nella disperazione, è davvero toccante. Non così il resto del film, che dura forse troppo, due ore e dieci minuti, per i miei gusti meno contemplativi.

Michele Anselmi

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