ERA A VENEZIA 2016, ESCE ORA PER IL GIORNO DELLA MEMORIA TRE DESTINI E UN PARADISO INFERNALE. GRANDE KONČALOVSKIJ

L’angolo di Michele Anselmi 

Non bisogna prendere alla lettera il titolo del film di Andrej Končalovskij, l’ottantenne regista russo capace ogni volta di sorprendere e rinnovarsi. Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2016, due anni dopo il notevole “Le notti bianche del postino”, anche “Paradise” spiazza ogni attesa e conferma il talento del cineasta. “Il mio film riflette su un XX secolo carico di grande illusioni sepolte sotto le rovine, sui pericoli della retorica dell’odio, sul bisogno degli esseri umani di usare la potenza dell’amore per trionfare sul male” scrive Končalovskij. Un po’ generico, ma vedendo il film che esce nelle sale italiane distribuito eroicamente da Viggo per il Giorno della Memoria, si capisce meglio il senso di questa cupa allegoria girata in bianco nero, con formato quasi quadrato, dedicata a quei russi che contribuirono a salvare gli ebrei dallo sterminio.
Nella misura lunga di 130 minuti, “Paradise” ci riporta agli anni atroci della Seconda guerra mondiale, cucendo insieme le vicende di tre personaggi uniti dal caso. Paul è un ipocrita poliziotto collaborazionista nella Francia occupata dai nazisti; Olga è una principessa russa arrestata a Parigi per aver cercato di nascondere due bambini ebrei; Helmut è un alto ufficiale nazista delle SS che teorizza la cosiddetta Soluzione finale. Končalovskij li presenta separatamente allo spettatore, quasi fossero sottoposti a una sorta di interrogatorio filmato da una cinepresa. Infatti indossano tutti e tre la stessa camicia, il montaggio delle testimonianze è volutamente sconnesso, vien da pensare ad un possibile processo per colpe da scontare. Non è così, siamo da un’altra parte, di fronte a una sorta di giudice supremo, come presto capiremo seguendo le tragiche vicende che legano i loro destini tra il 1942 e il 1945.
“Paradise” svela un po’ alla volta, per antifrasi, il titolo che propone, addirittura ricorrendo a frammenti della “Divina Commedia”, ma alla voce Inferno, III canto. “Lasciate ogni speranza, o voi ch’intrate” sentiamo infatti scandire in italiano quando ormai l’azione s’è spostata dentro un lager nazista. Dove arriva destinata alle camere a gas, dopo aver provato a sedurre lo sbirro francese nel frattempo giustiziato dai partigiani, la principessa russa: un tempo bella e sessualmente spregiudicata, oggi smagrita e ridotta a succhiare la brodaglia come un animale. Lì Olga ritrova Helmut, il tedesco che la corteggiò una decina di anni prima a Villa Mancini, gioiosa residenza toscana sul mare, ballando al suono di “Parlami d’amore Mariù”. Allora il giovanotto aristocratico parlava il russo e leggeva Cechov, adesso è uno zelante esecutore delle direttive hitleriane, anche se qualcosa sembra turbarlo…
Se è discutibile la scelta di riprodurre la “vita” nel lager secondo moduli estetici già ampiamente consumati, e comunque inadeguati rispetto alla sostanza atroce della Shoah, bisogna riconoscere che Končalovskij imbastisce una storia universale, di forte caratura metaforica e insieme suggestiva nel ritrarre miserie e grandezze, viltà e trasalimenti dei tre personaggi. Resi con ammirevole bravura dalla russa Julia Vysotskaya (moglie nella vita del regista), dal francese Philippe Duquesne e dal tedesco Christian Clauss.

Michele Anselmi

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