“DOWNSIZING” PARTE BENE, POI DIVENTA PICCOLO PICCOLO. LA PAZZIA DEI DISTRIBUTORI: IL 25 GENNAIO SONO USCITI 15 FILM

L’angolo di Michele Anselmi

Poi ci si lamenta che la gente va poco al cinema e che i film di buona qualità vengono perlopiù lasciati a se stessi. Sapete quanti titoli sono usciti in sala giovedì 25 gennaio? Quindici (15). Neanche io riesco a vederli tutti, preferisco vivere; figurarsi uno spettatore normale, che giustamente sceglie con cura, anche in base al quattrino e all’umore.
Tra le vittime del folle week-end c’è pure quel “Downsizing. Vivere alla grande” di Alexander Payne che fu scelto da Alberto Barbera per inaugurare la scorsa Mostra di Venezia. Poteva essere un gran film, e per due terzi tale è, purtroppo crolla rovinosamente nell’ultimo atto, smaterializzandosi tra fiordi norvegesi, apocalissi annunciate e nuove Arche di Noè, lasciando un senso di quieta delusione. Payne è regista brillante ed eclettico, non fa un film uguale all’altro. Il mio preferito è “Paradiso amaro”, ma anche “A proposito di Schmidt”, “Sideways” e “Nebraska” non sono male. Con “Downsizing. Vivere alla grande” il tema da fantascienza prossima ventura è dichiarato già nel titolo, che significa “riduzione”: in questo caso, miniaturizzazione. Un classico del genere.
Alzi la mano chi, oggi attorno ai sessant’anni, da bambino non ha eletto “Viaggio allucinante” tra i film del cuore? E si potrebbero citare, tra i tanti, anche “Radiazioni Bx: distruzione uomo”, “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”, pure il recente “Ant-Man” o magari la serie tv “Black Mirror”. Ma bisogna riconoscere che Payne e il suo sceneggiatore Jim Taylor affrontano l’argomento da un punto di vista piuttosto sorprendente. “Una satira sociale di dimensioni epiche, con protagonisti alti dodici centimetri” sintetizza il regista americano a proposito del film. Si immagina che, sulla scorta di un riuscito esperimento messo a punto da scienziati norvegesi, l’uomo moderno possa ridurre la propria taglia, in una scala da 2.744 a 1. Si resta uguali nelle fattezze, a patto di aver prima rimosso capsule dentali e placche ossee altrimenti tutto esplode, e naturalmente la vita dei neo-lillipuziani alti in media 12 centimetri conosce un considerevole risparmio: meno cibo, meno spazio, meno benzina, meno vestiti, meno consumi, meno energia.
Il 3 per cento della popolazione mondiale si converte alla “riduzione”, e tra questi c’è una felice coppia sposata di Omaha (Nebraska), i Safranek, cioè Matt Damon e Kristen Wiig. La banca non concede loro il mutuo desiderato, così, stanchi di stringere la cinghia, i due vendono tutto e si fanno rimpicciolire: li aspetta il magnifico mondo di LeisureLand. Solo che non tutto va come previsto, solo lui, Paul, si ritrova miniaturizzato nella sontuosa magione alta come uno scatolone e sarà l’inizio di una strana odissea ricolma di sorprese e incontri.
Non storcete il naso, perché incanta il modo con il quale Payne racconta i due mondi paralleli, appunto dei “minuscoli” e dei “giganti” (cioè i normali). Sul filo di una parabola ben temperata, a tratti divertente, scopriamo che l’invidia nei confronti dei miniaturizzati, scopertisi improvvisamente ricchi rispetto alla vita precedente, si traduce in rancore sociale e delegittimazione civile, per la serie: quanto vale il loro voto? Ma anche a LeisureLand non tutto è come sembra: dietro la superficie liliale e privilegiata si staglia una realtà classista, nascosta da una specie di muro, che oscura alla vista dei ricchi decine di container popolati di miserabili, malati, barboni, immigrati. Tra questi una vietnamita ribelle che fu incarcerata e rimpicciolita in patria, e ora, vistosamente zoppa, fa le pulizie per campare e aiuta come può, da buon cattolica, i suoi simili.
Hong Chau, appunto l’asiatica, e Christoph Waltz, nei panni di un serbo imbroglione che ama la “dolce vita”, completano il cast di una commedia inventiva e arguta, anche maliziosa, finché si resta dalle parti del Sogno Americano. Poi tutti si trasferiscono in Norvegia, là dove nacque la colonia originale dei miniaturizzati, e anche il film diventa piccolo piccolo. Nell’ansia di dire troppo finisce col non dire nulla.

Michele Anselmi

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