CON SPIELBERG NON CI SI ANNOIA MAI: LA FORZA DI “THE POST”. COSÌ UNA DONNA EDITORE E UN DIRETTORE MISERO KO NIXON

L’angolo di Michele Anselmi

Sì, ho risentito l’odore del piombo tipografico, pure il fracasso delle linotype e il rombo delle rotative, vedendo “The Post”, lo straordinario film di Steven Spielberg che esce oggi, 1° febbraio, in Italia, targato Raicinema.
Spielberg continua la sua personale rilettura di pagine cruciali della storia americana, e lo fa senza preoccuparsi di stuzzicare il pubblico giovanile. Semmai usa uno stile dialettico, meticoloso, anche “lento” dal punto di vista dei gusti attuali, dove tutto suona e appare perfetto. Siamo dalle parti di “Il ponte delle spie”, non a caso torna in scena Tom Hanks: anche se stavolta l’azione si svolge per la maggior parte nel 1971, quando “The Washington Post” decise, rischiando molto se non tutto, di pubblicare i cosiddetti Pentagon Papers sul Vietnam, considerati segreti di Stato.
Regnava Richard Nixon alla Casa Bianca, e di lì a poco la sfida tra il presidente repubblicano e il quotidiano liberal sarebbe stata rinnovata dallo scandalo Watergate (la scena finale sembra quasi il prologo di “Tutti gli uomini del presidente”). Gran film sulla libertà di stampa, dal doppio punto di vista del giornalista e dell’editore, con più di qualche allusione al modo umorale e sprezzante usato da Trump nei confronti di quotidiani e tv considerati nemici.
A un certo punto della storia echeggia una frase che ogni giornalista, se vuole dirsi tale, dovrebbe tenere a mente: “L’unico modo per ribadire il diritto di pubblicare è pubblicare”. La dice Ben Bradlee, direttore del “Washington Post”, alla sua editrice Katharine Graham, rimasta vedova e da poco insediatasi alla testa della società, fino ad allora gestita in una logica rigorosamente maschile.
Lui è Tom Hanks, lei è Meryl Streep, per la prima volta insieme sullo schermo. Nessuno dei due gigioneggia nel descrivere l’inattesa amicizia che via via, sia pure nelle differenze caratteriali e nel rispetto dei ruoli, renderà possibile quello scoop micidiale.
Il prologo ambientato nel 1968, da qualche parte in Vietnam, mentre risuonano le note di “Green River” dei Creedence, ci fa subito capire la posta in gioco. La guerra era già persa, come in buona misura attestava il torrenziale rapporto top secret, circa 7.000 pagine, stilato per l’allora Segretario alla Difesa, Robert McNamara. Definiti appunto Pentagon Papers, quei documenti raccontavano la verità sulla politica americana nei confronti del Vietnam tra il 1945 e il 1966: bugie al Congresso di ben quattro presidenti, violazioni della Convenzione di Ginevra, elezioni truccate, eccetera. Nel 1971 fu il “New York Times” a fare per primo il colpo, grazie a una coraggiosa “gola profonda”; ma poi toccò al rivale “Washington Post”, sfidando la Corte Federale che aveva bloccato il quotidiano concorrente, il compito di pubblicare il grosso del dossier, con esiti devastanti per il governo.
E qui “The Post”, nella misura aurea di 118 minuti, rievoca e riordina i fatti che portarono quel giornale, considerato poco influente sul piano nazionale, a sfidare l’establishment politico in nome del Primo emendamento. Sfida complessa: perché Katharine Graham, amica di McNamara e quindi psicologicamente in difficoltà, viene considerata debole, manovrabile, dai suoi scaltri consiglieri maschi; mentre Ben Bradlee deve fare i conti con una redazione stanca e demotivata sulla quale pende la minaccia di 25 licenziamenti.
Se il contesto è questo, bisogna dire che Spielberg si immerge con prodigiosa finezza nei due mondi destinati ad allearsi: la sontuosa magione dell’editrice frequentata dalla società che conta e la febbricitante redazione in attesa del “si stampi”. La suspense è fatta fermentare con cura, tra suggestioni da Norman Rockwell e paranoie da Guerra fredda, dentro uno stile unico che appassiona, invita allo sdegno e insieme omaggia la forza del giornalismo libero.
Tutto contribuisce alla riuscita di un film da non perdere: la fotografia di Janusz Kaminski, le scenografie di Rick Carter, i costumi di Ann Roth, le musiche di John Williams, naturalmente le prove delle due star in cartellone e degli altri interpreti. Con Spielberg, fidatevi, non ci si annoia mai.

Michele Anselmi

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