AVATI SCRIVE A FRANCESCHINI E SPIEGA PERCHÉ SI DIMETTE. PRIMA SI LODA, POI DÀ TUTTA LA COLPA A NOI GIORNALISTI CATTIVI

Seconda puntata sulle dimissioni di Pupi Avati dalla commissione ministeriale per i finanziamenti “selettivi” approntata dal ministro Dario Franceschini e subito scompaginata dall’addio ulcerato del regista bolognese. Avati, con una telefonata un po’ indispettita, mi aveva comunicato ieri la decisione di mollare il quintetto di esperti. Non ho avuto neanche il tempo di spiegare, ha messo giù, come se fosse stata una mia “vittoria” (?). Pure lui deve aver letto male le mie poche righe, pensando che ce l’avessi con lui per via dell’età. In realtà, come ho ribadito più volte, penso che un autore non debba giudicare le sceneggiature dei suoi colleghi, fosse anche il più grande di tutti. Peraltro Avati, che certamente ritengo un bravo regista e un ottimo sceneggiatore, ha confessato a più riprese in interviste e incontri pubblici di andare poco o mai al cinema, di non vedere i film dei suoi colleghi italiani. Penso dunque che abbia fatto bene a dimettersi. Ha ancora serie tv e film da fare, meglio – lo dico senza ironie – che si dedichi al lavoro creativo. Ma non può dare la colpa della sua scelta ai commenti giornalistici come fa in questa discutibile (anche un po’ risibile) lettera inviata al ministro Franceschini che pubblico qui sotto. Nessuno lo ha offeso, se teneva tanto a quel ruolo avrebbe fatto bene a fregarsene di noi, del web, dei giornali. O non sarà, invece, che s’aspettava una presentazione più in pompa magna da parte del Mibact? (Michele Anselmi)
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Ecco la lettera di Pupi Avati spedita al ministro Dario Franceschini.
“Illustre e caro Ministro, come probabilmente ti avrà anticipato Nicola Borrelli, il dissenso prodotto su alcuni organi di stampa e su alcuni siti web nei riguardi della mia nomina mi ha profondamente turbato. Le colpe che mi sono addebitate riguardano l’anagrafe (ho 79 anni), il mio essere cattolico e, per alcuni l’essere riconducibile a un’area politica di centrodestra. Nessuno degli estensori di questi articoli rammenta il mio curriculum di cinquanta film, alcuni dei quali non da buttare”.
“Il compito della commissione – continua il regista nella lettera – è poi gravosissimo, non retribuito, e di grande responsabilità nei riguardi dei tanti (non solo giovani) che attraverso quel contributo riusciranno a realizzare il loro sogno, probabilmente dando un senso alla loro vita. La barbarie nella quale stiamo precipitando fa sì che vantare un’esperienza sia assolutamente disdicevole. So che fra i cinque membri che hai nominato avrei potuto essere il solo a dare un contributo non secondario sul piano della fattibilità dei progetti. Non è un caso se fui io a suggerire all’allora tuo omologo Giuliano Urbani di inserire nella prassi di richiesta di finanziamento l’obbligo di quell’incontro con l’autore che poi è diventato fortunatamente una prassi”.
“Le reazioni che ho letto al mio nome, che i miei familiari hanno letto, non ci hanno resi felici. Non hanno aumentato la mia autostima. In altre cinematografie da Clint Eastwood a Woody Allen, tutti più anziani di me, continuano a raccontare le loro storie senza suscitare alcuna perplessità. Mi dispiace. Non ho mai amato le risse e soprattutto non mi piace confrontarmi con questa nuova genia di giornalisti che non riesco ad apprezzare”.

Michele Anselmi

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