Dark Night, notte oscura d’America. Il massacro di Aurora in un film sull’orrore del disagio

Dopo una strage è difficile rassegnarsi al fatto che morte e dolore siano il progetto accurato di una mente umana. Tuttavia trovare una spiegazione razionale a quanto accaduto è probabilmente l’unico mezzo per arginare il terrore. Il regista Tim Sutton, nel suo Dark Night, sceglie la macchina da presa per capire cosa può spingere un ragazzo a entrare in un cinema e sparare sui presenti. Girato in soli 15 giorni, il film è liberamente tratto dall’episodio di cronaca avvenuto nella notte tra il 19 e il 20 luglio 2012 e passato alla storia come il “Massacro di Aurora”: un ragazzo di 24 anni, James Eagan Holmes, studente di neuroscienze, acquistò un biglietto per la prima di Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises) di Christopher Nolan, in programma in un cinema della cittadina di Aurora, in Colorado, con l’obiettivo di sparare sugli spettatori presenti in sala. Morirono 12 persone e altre 70 furono ferite. L’autore della strage fu arrestato e condannato a 12 ergastoli.

Tim Sutton non ricostruisce i fatti di quella sera, ma offre allo spettatore un dettagliato sopralluogo fisico e sociologico dei luoghi della vicenda: sei personaggi, il centro commerciale dov’è situato il cinema, le strade che lo circondano. Non c’è una storia che si delinea, tutto è abbozzato, confuso, chiunque potenzialmente potrebbe essere il protagonista e dunque il killer. Emerge una condizione di incertezza e disagio che accompagna lo spettatore per tutta la durata del film. Non ci sono riferimenti cronologici, narrativi, si percepisce solo il vuoto e lo spaesamento. Le immagini ci restituiscono quello che rappresentano, senza orpelli: una provincia piatta, monotona, alienante. Spesso, si ha la percezione di una comunità disgregata in cui ognuno trova il suo modo per rimanere a galla, andare in giro con lo skateboard, usare le armi, giocare ai videogiochi, farsi i selfie…

Equilibri precari che possono degenerare in comportamenti psicopatici. L’assenza di punti di riferimento, nei personaggi, come nello spettatore, rimarca una sensazione di instabilità e caos. Il regista ci obbliga a osservare, a stare attenti, perché la narrazione è nel susseguirsi di immagini, elementi che si aggiungono in modo confusionale e inquadrature che si ripetono. E d’istinto siamo portati a pensare che il senso sia lì, da qualche parte, nel montaggio. Probabilmente, invece, sta proprio nella capacità d’osservazione del presente, della realtà che ci circonda, del disagio sociale, della vendita incontrollata di armi, dell’assenza di centri di aggregazione. Quello che sommessamente urla Dark Night è che prima di una notte oscura c’è un giorno senza speranza. Con alcuni evidenti debiti verso il cinema di Gus Van Sant, quello di Sutton non è un film di facile visione né una grande produzione, ma è di certo un’opera originale, che usa il linguaggio filmico con uno stile fuori dagli schemi, obbligandoci a pensare. Presentato al Sundance Film Festival nel 2016, uscirà nelle sale italiane il prossimo 1 marzo.

Chiara Pascali

Lascia un commento