“HANNAH”: TROPPI TEMPI MORTI ALLA FINE UCCIDONO. PURE IL FILM A VENEZIA CHARLOTTE RAMPLING VINSE COME MIGLIORE ATTRICE

L’angolo di Michele Anselmi

In concorso a Venezia 2017 e premiato con la Coppa Volpi a Charlotte Rampling, arriva solo ora nelle sale con I Wonder Pictures (da domani, giovedì 15 febbraio), “Hannah” di Andrea Pallaoro. Film che più da festival non si può, per il quale quindi non dovrebbe valere l’antico adagio secondo il quale “il cinema è la vita senza i tempi morti”. Ma se metti in un film solo tempi morti alla fine ammazzi pure il film. Risultato? “Hannah” dura solo 95 minuti e tuttavia sembra non finire mai.
Il trentino Pallaoro, classe 1982, ha studiato cinema negli Stati Uniti, quattro anni fa portò sempre al Lido (“Orizzonti”) il suo “Medeas”, cita tra i suoi ispiratori registe sofisticate come Lucrecia Martel e Chantal Akerman. Però, con tutto il rispetto, non basta ingaggiare un’attrice-feticcio come Charlotte Rampling per dare un senso alla storia aspra e senile. È lei l’Hannah in questione.
Siamo in un’imprecisata cittadina francese, benché molte riprese siano state fatte a Roma (interni di casa e metropolitana). Dimessa, intristita e dignitosa, l’anziana signora ha appena visto il marito finire in carcere. Non si dice per cosa, ma si capisce via via da segnali e allusioni: pedofilia. Hannah sembra credere all’innocenza del consorte, vuole crederci; e intanto la sua vita va progressivamente in pezzi: il figlio non vuole più vederla, le ritirano la tessera per la piscina, la madre di una vittima bussa alla sua porta, anche i corsi di espressione corporea/teatrale non la sollevano più.
Il film racconta, per gesti quotidiani che si vorrebbero emblematici di una condizione umana desolata, lo sgretolamento psicologico della protagonista, anche la sua perdita di autocontrollo di fronte alla spietatezza del contesto. Hannah, insomma, come la balena spiaggiata (infatti il primo titolo suonava “The Whale”) di cui sente parlare in tv, prossima alla fine. Metafora metafora…
Charlotte Rampling naturalmente è una garanzia. Magari poco credibile come donna delle pulizie in una villona tutta vetri e specchi, e tuttavia capace di caricarsi sulle spalle l’intero film. Nella versione originale vista alla Mostra, parla bene il francese, il suo fisico altero e smilzo, mostrato anche senza veli, nonché le rughe dolenti, da donna messa all’angolo, sono ammirevoli; ma non bastano, credo, a fare di “Hannah” una riuscita. Sfilacciata e ambiziosa, la storia è un po’ fatta di niente: solo di atmosfere meditabonde, di artificioso stile.

Michele Anselmi

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