La vedova Winchester. Perturbante Ghost-Story o horror d’andazzo? Helen Mirren persa nella tetra magione

Tra il 1999 ed il 2001, Il sesto senso (tratto da un soggetto originale) e The Others (rilettura di Il giro di vite di Henry James) alzavano gli standard relativi alla realizzazione di un ghost-movie. I due thriller superavano di slancio il banale obiettivo di terrorizzare lo spettatore, preferendo costruire una struttura attenta alle immagini ed al rapporto tra visibile e non visibile, l’ectoplasmatico per l’appunto. Modalità di percezione delle immagini e riflessione sul dispositivo cinematografico classico e moderno divenivano, quindi, il fulcro di una struttura narrativa poco focalizzata sui colpi di scena, ma costruita su una sapiente evoluzione di ogni elemento portato in scena. Il fascino di questi due Mind Game Film risiedeva nel fatto che il First Time Viewer fosse immediatamente incoraggiato ad una seconda visione, volta alla scoperta della “fregatura” costruita dal regista. Tra fine ed inizio millennio, quindi, toccava a due thriller hollywoodiani edificare il concetto di intrattenimento e di suspense attorno ai meccanismi epistemologici dello spettatore.

A detta di Helen Mirren, protagonista di La vedova Winchester, il film diretto dai fratelli Michael e Peter Spierig è, più di ogni altra cosa, una ghost-story. In tal modo, l’attrice inglese rivendica una supposta superiorità su ciò che viene tradizionalmente ricondotto nell’alveo del genere horror. La domanda che ci poniamo è: tenendo come punti di riferimento le due ghost story emblematiche di cui sopra, quanto La vedova Winchester può essere considerato aderente a quel sottogenere e non riconducibile meramente all’horror?

Le dinamiche narrative del film hanno nella Winchester House il fulcro della propria genesi. Si tratta di una gigantesca magione che potrebbe essere stata progettata da Escher, ma che in realtà venne costruita ed ampliata ininterrottamente per 38 anni sotto le direttive di Sarah Winchester, imparentata con la fabbrica d’armi Winchester Repeating Arms Company. La storia vera vuole la vedova Winchester affranta per le gravi perdite familiari che la colpirono e convinta da un medium a spostarsi a ovest di New Heaven. Credendo di essere perseguitata dalle anime uccise dai fucili dell’azienda di famiglia, Sarah dedica giorno e notte alla costruzione di un’enorme magione progettata per tenere a bada gli spiriti maligni. Per indagare su questa sua ossessione, viene chiamato lo scettico psichiatra Eric Price. Le sue ricerche lo portano a credere che, probabilmente, non si tratta solo di una semplice ossessione.

Indispensabile motore per la realizzazione del film è stata Helen Mirren, qui al suo primo ruolo in un film horror. Il personaggio interpretato dall’attrice britannica vede la gente morta, è un mediatore tra mondo dei vivi ed universo ectoplasmatico. Nell’ambito della magione, la signora non è la sola anomalia: camerieri e addetti alla realizzazione dell’edificio sembrano condividere con lei tratti caratteristici che li rendono ambigui. Il problema che inficia la riuscita di La vedova Winchester, riducendo il film ad un horror da cassetta, risiede nei numerosissimi jump-scare che costellano il racconto e che finiscono per segmentarlo in scene a sé stanti, non inserite nel contesto di una solida struttura narrativa attenta alla storia ed ai conflitti dei personaggi. Porte che cigolano, corridoi poco illuminati, improvvise apparizioni e bambini da esorcizzare sono i condimenti che provano ad insaporire un piatto poco interessante. I tratti immateriali e fantasmatici non riescono mai ad elevare il film al rango di ghost-story, ma rimangono annacquati tra le onde schiumose di un horror che mira più alla pancia che ad altro. Gli stessi dedali della magione sono soltanto un trucco mai al servizio della complessità del racconto, un artificio incapace di avviluppare lo spettatore al loro interno.

Ghost-story o insignificante horror da guardare per riempire una banale serata? Noi propendiamo per la seconda possibilità.

Matteo Marescalco

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