“IL FILO NASCOSTO”, LA STRANA DIETA DEL SARTO ANAFFETTIVO. SOLO A DANIEL DAY-LEWIS DONA LA GIACCA DI TWEED SUL PIGIAMA

L’angolo di Michele Anselmi 

Spira un’aria da capolavoro assoluto, indiscutibile, incontestabile sul nuovo film di Paul Thomas Anderson, il settimo in vent’anni di carriera. Si chiama, come forse saprete, “Il filo nascosto” ed esce in Italia giovedì 22 febbraio, annunciato da una sorta di feticismo cinefilo (non quel “feticismo”, sia chiaro), da sei candidature all’Oscar, pure dalla notizia, vai a sapere quanto attendibile, che il sessantenne Daniel Day-Lewis si congeda dal cinema proprio con questo film. Insomma, l’aura di leggenda che avvolge “Il filo nascosto” consiglierebbe di uniformarsi al rito, infatti sono fioccati cine-riferimenti colti che vanno da Bergman a Rossellini, da Hitchcock a Becker (Jacques), e chissà quante altri se ne possono fare. Tuttavia io penso che siamo di fronte a un insinuante, assai sofisticato, esercizio di stile, quasi un mélo raffreddato, che parte benissimo, si strappa o si sfilaccia al centro e si riaccende nello splendido finale.
“Si può cucire ogni cosa nell’imbottitura dei vestiti” teorizza lo stilista intrattabile Reynolds Woodcock, interpretato appunto dall’attore inglese che mollò con un sms Isabelle Adjani. Siamo nella Londra di metà anni Cinquanta, in una prestigiosa maison di moda nella quale Woodcock regna insieme alla sorella Cyril: lui si occupa di inventare i vestiti, lei gestisce l’impresa. A chi gli chiede perché non s’è mai sposato, il famoso couturier risponde secco, quasi scocciato: “Confeziono vestiti”. Il lavoro è tutto per l’uomo, le cui giornate, non amando egli le sorprese, sono cadenzate da ritmi inflessibili, sempre uguali, all’insegna della più ferrea ripetizione. Del resto solo così Woodcock può concentrarsi sui favolosi abiti da creare e sulle richieste che vengono dalle signore danarose dell’alta società.
Liberatosi dell’ennesima fidanzata che gli è venuta a noia perché parla troppo a colazione, il sarto che tutte vorrebbero accalappiare si invaghisce invece di una cameriera dalla bellezza semplice e schietta, Alma, incontrata durante una fuga verso la costa. La fanciulla, incuriosita dalla corte discreta, accetta di seguire a Londra il gentleman laconico, a sua volta sicuro che Alma sia la Musa ideale, la donna perfetta sulla quale ritagliare le sue creature di stoffa. Finisce che si sposano, ma il ménage sembra non reggere all’usura del tempo, pure al disimpegno stizzoso dell’uomo. Alma però l’aveva avvertito: “Qualunque cosa farai, falla con delicatezza”. E il rimedio escogitato per salvare il matrimonio, soprattutto l’amore, sarà abbastanza diabolico, di sicuro originale.
Bisogna dire che Daniel Day-Lewis giganteggia nel ruolo di questo stilista raffinato e insopportabile, fieramente anaffettivo ma cresciuto nel culto della madre, per il quale, appunto, “è di conforto pensare che i morti veglino sui vivi”. La sequenza iniziale della vestizione mattutina è memorabile, e certo l’attore londinese, purtroppo doppiato da Massimo Lodolo, il cui birignao rende tutti i personaggi dei supercattivi, è di quelli che ispirano un’ammirazione incondizionata: per come lavora sul corpo, sui gesti, sull’andatura, sui silenzi, sugli sguardi, perfino sui capelli e gli spilli tenuti in bocca durante le prove degli abiti. Per restare al tema, Day-Lewis si cuce letteralmente addosso il personaggio, lasciando che l’ordito – delle stoffe e della mente – custodisca il filo nascosto, in realtà una piccola fettuccia, sul quale si leggono due parole: “Never cursed”. Non sono da meno, però, Vicky Krieps e Lesley Manville, rispettivamente nei ruoli della tenace Alma e della controllata Cyril: le due sole donne capaci di scaldare quel cuore in inverno.
“Opaco e sinuoso”: così la collega Marzia Gandolfi ha definito il film, e c’è del vero. Ma è anche vero che “Il filo nascosto”, nell’arco dei 130 minuti incardinati sull’inafferrabile sostanza della natura umana, è così preso dai suoi tempi dilatati e dai suoi dettagli preziosi da diventare volentieri estenuante, pesante e rigido con un vestito bagnato, pure inutilmente ornato dalla musica incessante di Jonny Greenwood, sì, il leader dei Radiohead. Però le giacche che Woodcock indossa sono davvero strepitose, specie quella verde a scacchi di tweed portata addirittura con un foulard sopra il pigiama. Tipica eccentricità da british couturier. Chissà che cosa ne penserà, tra un’indagine e un richiamo, il nostro Henry John Woodcock.

Michele Anselmi

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