L’UOMO CHE NON VOLLE FARSI DIO: CLAPTON STORY AL CINEMA. “LIFE IN 12 BARS”, CIOÈ IN 12 BATTUTE, PROPRIO COME IL BLUES

L’angolo di Michele Anselmi 

Oggi come allora, erano i tardi anni Sessanta, fa sorridere l’idea che qualcuno abbia potuto scrivere su un muro di Londra “Clapton is God”. Anche nei momenti più gasati, euforici, tossici o alcolici, il chitarrista inglese non s’è mai sentito un “Dio”, semmai ha faticato, al di là dei vantaggi economici che furono notevoli durante l’avventura dei Cream, a fare i conti (e forse pace) con i fantasmi di una popolarità così planetaria, di sicuro esagerata.

Oggi, a 72 anni suonati, Clapton non sta bene di salute. Ci sono fotografie recenti che lo ritraggono sulla carrozzella al terminal di un aeroporto, e lui stesso ha confessato, a più riprese, di soffrire di vari guai: un acufene che lo sta facendo diventare sordo o sordastro, una neuropatia periferica che gli procura debolezze improvvise alle mani e ai piedi. Certo, poteva andargli peggio con tutto quello che, in gioventù, s’è sparato in vena, ha sniffato dal naso o bevuto a garganella. È ancora un bell’uomo, un marito e un padre felice; i soldi non gli mancano e, salvo sorprese, si esibirà il prossimo luglio al British Summer Festival che si svolge ad Hyde Park. Poi, forse, lascerà per sempre i palcoscenici per suonare, più comodamente, a casa sua, finché il buon Dio gli darà la forza per farlo, le sue Gibson, le sue Fender e le sue Martin.

Intanto, però, lo si può vedere messo a nudo nel bel documentario “Eric Clapton – Life in 12 Bars” che la Lucky Red, prima dello sfruttamento televisivo, manda in sala il 26, il 27 e il 28 febbraio, cioè da lunedì prossimo. L’ha girato Lili Fini Zanuck, regista e produttrice che viene dal cinema, e non bisogna essere fan sfegatati del chitarrista per apprezzarlo. Vincitore di 18 Grammy Awards, per tre volte inserito nella “Rock and Roll Hall of Fame”, Clapton non è il più grande chitarristi di tutti i tempi, come vuole una certa leggenda; ma certo creò uno stile, un modo morbido e insinuante, mai acrobatico o fine a se stesso, di suonare il blues, anche un look personale, senza rivaleggiare più di tanto con talenti coevi come Jimi Hendrix, Mick Taylor, Jeff Beck o Jimmy Page.

Lucky Red avrebbe fatto bene a tradurre il sottotitolo, che rischia di restare un po’ oscuro a chi non è addentro alla musica: le “12 bars” sono le 12 battute o misure che costituiscono la struttura metrica classica, di base, del blues. Insomma “una vita a forma di blues”, e certamente sin dagli esordi, prima con gli Yardbirds e poi con i Bluesbreakers di John Mayall, il giovane Clapton, nato bianco il 30 marzo 1945 a Ripley nella contea inglese del Surrey, elaborò un rapporto strettissimo, quasi ossessivo e filiale, con la musica nera che veniva dal Delta del Mississippi, col blues di Robert Johnson, Muddy Waters e Blind Lemon Jefferson.

Il film-ritratto è interessante nel ricostruire l’infanzia di Clapton, soprattutto, con un curioso andirivieni temporale, il trauma che deve averlo accompagnato per tutta la vita: la madre sedicenne, Patricia Molly, subito dopo averlo partorito scappò a Montréal con un soldato canadese, lasciando che il neonato fosse tirato su dai nonni creduti genitori. In fondo una storia piuttosto fosca e triste, a suo modo blues, e vai a sapere quanto quel senso di abbandono abbia inciso nella decisione di Eric Patrick Clapton di dedicarsi anima e corpo alla chitarra.

Lungo 135 minuti, “Eric Clapton – Life in 12 Bars” rievoca amori e successi, smarrimenti esistenziali e sbandate razziste, cadute e risalite, lutti terribili e opere buone del chitarrista. Il mix dosa filmati d’epoca, interviste recenti, brani musicali e confessioni dolenti, e se il tono non è apologetico la star esce comunque bene dalla lunga cavalcata in oltre mezzo secolo di carriera.
Ma quel che colpisce di più, almeno ha colpito me, è la varietà delle sue acconciature, con barba o senza barba, con i capelli afro o lisci, pure degli abiti, ora in stile psichedelico ora da bluesman ruspante ora da tranquillo gentleman inglese. In fondo anche la vanità s’addice al blues.

Michele Anselmi

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