Eric Clapton: Life in 12 Bars. Mentre la sua chitarra piange dolcemente

Eric Clapton: Life In 12 Bars? Una vita sicuramente da geniale chitarrista blues, sregolatissima, duale e affascinante spesa tra Fender, Gibson, fraseggi, virtuosismi ed assoli. Non solo sesso (una vita trascorsa con moltissime donne, tra cui la moglie di George Harrison, la bellissima Pattie Boyd, musa ispiratrice della romanticissima ballata Layla) e droga (una vita dedita soprattutto all’eroina e alla cocaina, nel film sono molti i primi piani che ritraggono il chitarrista mentre si inietta eroina nel naso aiutandosi con un piccolo coltello), ma anche molta musica capace, sin dagli esordi con i Yardbirds e i Cream, di influenzare soprattutto le generazioni future e i molti amici, come Jimi Hendrix, George Harrison e B.B. King.

Diretto dalla regista Premio Oscar Lili Fini Zanuck, quetso è un altro biopic, come i molti docu-film in uscita in questi ultimi anni, quasi da costituire un leit motiv ormai delle produzioni cinematografiche, da Oasis: Supersonic diretto da Mat Whitecross e dedicato all’ascesa dei fratelli Gallagher, realizzato per celebrare il ventennale dello storico concerto di Knebworth Park nell’agosto del 1996, a Fabrizio De André. Principe Libero per ricordare Faber in occasione dell’anniversario della sua morte.

C’è da chiedersi allora come sarà accolto dai fan di Clapton anche quest’altro evento cinematografico, in uscita nei soli giorni del 26, 27 e 28 febbraio. Quello su De André, nonostante i record di pubblico cinematografico con gli oltre 80.000 spettatori e di quello televisivo con gli oltre 6 milioni, uno share del 24,3% e la supervisione al progetto della moglie Dori Ghezzi, non è stato poi così apprezzato dai discepoli di Faber per il volto, più umano che artistico, mostrato dell’artista: un donnaiolo alcolizzato, un emarginato come i molti bombaroli, Don Raffaé e Miché che ha cantato “in perfetto romanesco” – l’unica critica plausibile e onesta che si poteva muovere alla pellicola – nelle sue poesie.

Quello di Clapton, che per alcuni fan è associato ad un Dio tanto da scrivere su un muro londinese “Clapton Is God”, è ancora più duro, se vogliamo, cinico, estremo, ma sincero, onesto e personale. Perché a descrivere la sua vita “in 12 Bars” è lo stesso Clapton con il ricorso della voice-over che racconta come “nei momenti più bui, la sola ragione per cui non mi sono suicidato è stato il pensiero che se fossi morto non avrei più potuto bere” e mentre lo dice lo vediamo accovacciato, come un barbone, un perfetto sconosciuto, un emarginato sociale con una bottiglia di whisky in mano proprio lui, “Clapton Is God” e il “The Fairest Soul Brother In England” che, sin dagli esordi, con Yardbirds e Cream ha scritto ballate romanticissime e ha cantato “I’m With You My Love” in “Sunshine Of Your Love” o “Like A Fool, I Fell In Love With You” in Layla.

E solamente nella musica Clapton ha trovato la sua salvezza e la sua catarsi, soprattutto dopo le tragedie duettando con i più importanti musicisti degli anni Sessanta e Settanta, e questo biopic ripercorre tutti i momenti più intimi e pubblici della vita di Clapton con materiali inediti ed immagini di repertorio dai concerti con i Cream alle sequenze finali che lo ritraggono, sulla soglia ormai dei settant’anni, felice marito e padre di famiglia in pace con se stesso dopo una vita sregolatissima al suon di sesso, droga e Fender. Ma si può parlare di vera pace per un artista geniale come lui, il Clapton-God, vincitore di 18 Grammy Awards?

In ogni caso, come ha dichiarato il produttore John Battsek: “l’elemento decisivo e magico del film è che Eric è vivo, non si è arreso, non si è tolto la vita. È un sopravvissuto riemerso dalle ceneri”. Un dio, appunto.

Alessandra Alfonsi

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