LA SCRITTRICE IN CRISI E LA FAN MOLTO INSINUANTE: GIÀ VISTO. PERÒ POLANSKI È POLANSKI, MODERNO ANCHE A 84 ANNI

L’angolo di Michele Anselmi 

Una cosa bisogna dirla subito. “Quello che non so di lei” non sembra un film di un regista ottantaquattrenne. Perché Roman Polanski ha una dote speciale: non fa l’accademia di se stesso, si ripete senza ripetersi, gioca a spiazzare lo spettatore, si diverte a variare la partitura intima partendo dal prediletto tema della manipolazione. Da questo punto di vista “Quello che non so di lei” può piacere o no, e tuttavia, come i precedenti “Venere in pelliccia” e “Carnage”, conferma il talento del regista polacco nello scegliere storie letterarie di impianto teatrale, immagino anche per risparmiare sul budget, rivestendole di un classico “Polanski touch”.
Qui c’è un fortunato best-seller francese di Delphine de Vigan, “Da una storia vera”, edito in Italia da Mondadori. Ma anche il titolo, che in originale suona “D’après une histoire vraie”, non va preso alla lettera, perché i piani della verità e del falso molto si confondono nel corso della vicenda, e a un certo punto non si capisce più bene chi mente e chi no. Purtroppo il copione porta la firma di Olivier Assayas, che è diventato un regista intorcinato e noioso, così preso dal proprio stile insinuante da perdere di vista lo sguardo dello spettatore. In “Quel che non so di lei” confluiscono infatti certe atmosfere di “Sils Maria” e “Personal Shopper”, pure le dinamiche psicologiche si somigliano un po’, ma per fortuna c’è Polanski a raddrizzare il timone, insomma a evitare che il congegno intinto nel thriller diventi vuoto esercizio calligrafico.
Magari non sarebbe dispiaciuta a Brian De Palma un intreccio del genere. Dove si contemplano i casi di una cinquantenne scrittrice famosa, che non a caso si chiama Delphine come la vera autrice del romanzo, e di una trentenne ghost-writer che si fa chiamare L, come Leila. L’una è Emmanuel Seigner, alla sua quinta prova col marito Polanski, l’altra è Eva Green, pare notata dal regista per la sua prova rimarchevole “Sin City”. Delphine è bella ma sgualcita, spossata sul piano creativo dopo aver raggiunto il successo mondiale con un romanzo autobiografico imperniato su delicate questioni familiari, pure alle prese con un fidanzato evanescente, sempre del ramo, che frequenta big come Don DeLillo, Cormac McCarthy e Ian McEwan; Leila è misteriosa, sensuale, allusiva, sempre vestita di nero ma con rossetto sgargiante, una classica femme fatale che, rivela, scrive stancamente autobiografie poi firmate da celebrità varie alla Gérard Depardieu.
Non ci vuole molto a capire che la giovane, presentatasi per un autografo, sa molte cose sulla romanziera, e naturalmente Delphine, incapace di mettersi a scrivere un nuovo libro, si affeziona a quella donna, disponibile e accogliente, che le racconta vicende personali ad alto tasso tragico (pure letterario), finendo col farle da segretaria e collaboratrice. Però qualcosa ci dice che la nevrosi è in agguato. Perché Leila indossa gli stessi stivaletti neri di Delphine? Perché si taglia e colora i capelli come lei con la scusa di sostituirla a un noioso dibattito?
Il panico di fronte alla pagina bianca è moneta corrente nei film sugli scrittori. E naturalmente Polanski cita quel che c’è da citare, dal suo “L’uomo nell’ombra” a “Misery non deve morire” di Rob Reiner, e chissà se ha mai visto “Sotto falso nome” del nostro Roberto Andò. Ma in fondo il mondo dell’editoria è solo un pretesto per mettere in scena un rapporto tra donne continuamente ribaltato dagli eventi, per la serie: chi vampirizza chi?
“Quel che non so di lei”, nelle sale da giovedì 1° marzo con 01 Distribution, è costruito in due atti, il primo si svolge in un luminoso appartamento parigino, il secondo in un scura casa di campagna, di quelle sempre sotto la pioggia, dove ci sono i topi, e con i topi serve il veleno, quindi… La quotidianità che si fa incubo è un classico di Polanski, ma suggerirei di non prendere troppo sul serio la sequenza dei fatti, tesa solo a mischiare le carte e suggerire la gran minaccia incombente.
La fotografia di Pawel Edelman e la musica di Alexandre Desplat sono funzionali al clima di angoscia crescente, e certo le due attrici rivaleggiano sul filo di lama, ciascuna avendo qualcosa da nascondere all’altra.
PS. Il titolo sembra fare il verso a un film francese dell’anno scorso, “Quel che so di lei”, di Martin Provost, un’altra storia incentrata sul rapporto tribolato tra due donne. Un po’ di fantasia no?

Michele Anselmi

Lascia un commento