GENOVESI RIFÀ “INDOVINA CHI VIENE A CENA?” IN CHIAVE GAY. PURE IL BALLETTO IN PIAZZA, SENNÒ CHE FILM ITALIANO SAREBBE?

L’angolo di Michele Anselmi

Non vorrei essere scortese, ma davvero “Puoi baciare lo sposo” sintetizza tutto ciò che il cinema italiano, anche di commedia, non dovrebbe più fare. E cioè scomodare l’alibi della battaglia nobile, in questo caso il tema delle unioni civili in chiave omosessuale, per sciorinare il solito repertorio di cliché cari alla commedia cosiddetta mainstream. Per fortuna non c’è Fabio De Luigi, ma sempre da quelle parti siamo; e del resto il milanese Alessandro Genovesi, che partì come promettente drammaturgo con “Happy Family” poi trasposto sullo schermo da Gabriele Salvatores, con i suoi cinque film, spesso desunti da format stranieri come “La peggior settimana della mia vita”, solo quello sa fare, più o meno, benché sempre parli di “storie brillanti di taglio anglosassone”.
Non a caso “Puoi baciare lo sposo” nasce da un successo di Broadway, il musical “My Big Italian Gay Wedding”, 2003, che Genovesi “risuola” ambientandolo a Civita di Bagnoregio. Cambiano un po’ i personaggi ma non le dinamiche psicologiche e le situazioni buffe.
L’ex etero e molto bellino Antonio vive a Berlino insieme al suo fidanzato tenero e barbuto Paolo, ripudiato da mammà in quanto gay. I due vengono da estrazioni sociali diverse, ma si vogliono bene, tanto da decidere di sposarsi. E a quel punto, per la serie “Indovina chi viene a cena?”, nascono i problemi. Perché i “democratici” genitori di Antonio, pur in qualche modo sospettando da sempre la natura omo del figlio unico, storcono il naso di fronte all’idea, specie il padre Roberto, sindaco del suggestivo paese laziale a rischio erosione, il quale difende in giunta la società multi-etnica ma poi teme l’effetto “Ricchiopoli”. Nel frattempo la tiranna mamma Anna, accettata la realtà, ingaggia il famoso “wedding planner” Enzo Miccio perché allestisca un matrimonio da sogno, senza immaginare che i due strampalati amici giunti al seguito del figlio, e cioè la snob Benedetta e lo stressato Donato, col rinforzo dell’ex fidanzata ossessiva di Antonio, complicheranno non poco la faccenda.
Tra pochade maliziosa alla Village People e perorazione civile benedetta da “Diversity”, “Puoi baciare lo sposo” arpeggia sulle note del pregiudizio, presente anche a sinistra, con l’aria di voler folleggiare un po’, tra siparietti isterici, travestimenti da donna, bacetti equivocati e frati progressisti. Si finisce con una canzone cara agli omosessuali, “Don’t Leave Me This Way”, intonata da Antonio per richiamare a sé l’offeso Paolo, mentre tutti gli invitati si danno all’acrobatico balletto in piazza, come succede in “Poveri ma ricchissimi” e in cento altri film.
Cristiano Caccamo e Savatore Esposito (già “Genny” Savastano in “Gomorra” tv) sono i due dolci nubendi, Diego Abatantuono e Monica Guerritore i due genitori terremotati, Diana Del Bufalo e Dino Abbrescia i due amici rompiscatole, Antonio Catania e Beatrice Arnera il frate saggio e l’ex fidanzata furente. Tutti inutilmente sopra le righe. Nel primo giorno di programmazione, giovedì 1 marzo, “Puoi baciare lo sposo” ha incassato 57 mila euro con 319 copie. Producono Colorado Film e Medusa.

Michele Anselmi

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