OSCAR 90: GUILLERMO DEL TORO GALLEGGIA BENISSIMO IN ACQUA. I MIGLIORI COSTUMI A “IL FILO NASCOSTO”: MAGARI UN SENSO C’È

L’angolo di Michele Anselmi

Sono in lutto i pasdaran di “Chiamami col tuo nome” e gli esegeti del “Filo nascosto”. Zio Oscar, alla veneranda età di 90 anni, non s’è rivelato molto generoso con i due film, pure arrivati nella fascia alta della competizione. Al primo è andata solo la statuetta per la migliore sceneggiatura non originale, scritta dall’ottantanovenne James Ivory e in buona misura rimaneggiata dal regista Luca Guadagnino; al secondo, suggestivo ed elegante lavoro sartoriale di Paul Thomas Anderson, è toccato l’Oscar per i migliori costumi. Sembrerebbe uno scherzo del destino, magari invece un senso c’è.
Noi italiani ci siamo risparmiati l’onda lunga del cine-patriottismo, grazie a Dio. Naturalmente mi dispiace un po’ per Guadagnino, che trovo regista interessante e originale, destinato a un radioso futuro hollywoodiano se solo trovasse il piacere di non citare più, a ogni piè sospinto, i maestri ispiratori, che poi sono sempre gli stessi. E si può tranquillamente brindare al successo, ampiamente previsto, di “La forma dell’acqua – The Shape of Water”, che se ne torna a casa con quattro statuette, due delle quali assai pesanti: miglior film e migliore regia nella persona di Guillermo Del Toro. Al sottoscritto pare un gran bella favola dark/romantica, che cresce perfino rivedendola, il che capita di rado, e forse non c’è bisogna di valutarla in chiave anti-Trump per apprezzarla.
Che Frances McDormand, per “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, fosse la candidata perfetta alla voce migliore attrice protagonista, be’ non ci piove: la sua mamma rabbiosa o ostinata, in cerca di giustizia (anche di vendetta), è un personaggio che resta sottopelle; mentre l’inglese Gary Oldman, sotto il pesante trucco, in “L’ora più buia” restituisce la bizzarra, carismatica e molto british grinta di Winston Churchill raccontando l’altra faccia di “Dunkirk”. Meritati, a parere di tutti o quasi, anche gli Oscar andati, nella categoria migliori attori non protagonisti, ad Allison Janney per “Tonia” e Sam Rockwell sempre per “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”.
Si discuterà, tra gli esperti, se l’effetto “Me Too” ci sia stato o no. Di sicuro non c’è stato per Greta Gerwig, regista del grazioso e fragile “Lady Bird” appena uscito nelle sale italiane, e nemmeno per Rachel Morrison, brava direttrice (direttora?) della fotografia per “Mudbound”. In compenso l’Oscar al nero Jordan Peele per la sceneggiatura originale della sua sarcastica commedia horror sul razzismo, “Get Out – Scappa”, apparsa in Italia un annetto fa, conferma che all’Academy hanno buone antenne e sanno essere spiritosi
Nella gran cena degli Oscar, la statuetta per il miglior film straniero, ovvero non girato in inglese, è una portata minore, si sa, a meno che non tocchi all’Italia. Personalmente avrei preferito che vincesse il libanese “L’insulto” di Ziad Doueiri; ma il mio parere giustamente conta nulla; ha vinto invece il cileno “Una donna fantastica” di Sebastián Lelio, comunque un gran bel film sull’ambiguità sessuale e il pregiudizio resistente. Saranno contenti alla Lucky Red, che può rimandarlo nelle sale italiane, dove incassò, purtroppo, appena 240 mila euro.

Michele Anselmi

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