MOLESTIE SESSUALI E LOTTA DI CLASSE SECONDO GIORDANA. CAPOTONDI DIVENTA VITTIMA (MA GUAI A TOCCARLE BRIZZI)

L’angolo di Michele Anselmi

Esce giovedì, per l’8 marzo, “Nome di donna”, e ovviamente non è una coincidenza. Il nuovo film per il grande schermo di Marco Tullio Giordana, a otto anni da “Romanzo di una strage”, parla infatti di molestie sessuali, di potere maschile, di silenzi da vincere, pure di processi difficili; e se la storia è in buona misura inventata le dinamiche invece sono verosimili, in linea con un recente rapporto Istat, in base al quale 1 milione e mezzo di donne ha subito pressioni fisiche o ricatti sessuali sul luogo di lavoro.
Prodotto da Lionello Cerri con Raicinema e distribuito da Videa, “Nome di donna” prende il titolo dal fascicolo processuale, ricolmo di carte e prove, attorno al quale si sviluppa l’esemplare vicenda. In un sontuoso pensionato per ricchi dalle parti di Cremona, l’Istituto Baratta, il cui slogan recita “Il benessere non ha età”, arriva per una sostituzione estiva una giovane madre. Nina è efficiente e riservata, ma anche molto carina, il che sollecita i consueti istinti del direttore Torri, un uomo abituato, benché sposato e con figlia adulta, a spassarsela con infermiere e inservienti. Nina una sera si ribella alle pretese del predatore, scappa dalle colleghe a denunciare il fatto, e naturalmente scoprirà che è pratica comune: tutte, più o meno, sono finite tra le grinfie del Torri. Il quale, negando ogni “avance”, minaccia pure la donna recalcitrante, in attesa peraltro di un contratto definitivo.
Lo spunto è abbastanza classico, e il film naturalmente si muove su due piani: da un lato registra i fatti, in un crescendo di bugie, tensioni, denunce al sindacato e contro-querele per calunnia; dall’altro indaga nello smarrimento rabbioso, tutto psicologico, di Nina, incerta sul da farsi, pressata dagli eventi, sorretta dal fidanzato ma odiosamente isolata dalle colleghe che la vedono come un fattore destabilizzante rispetto alle “regole” dell’istituto.
Lo scandalo non sarà sopito, si arriva a un doppio processo, e noi ci fermiamo qui, perché “Nome di donna” è anche una sorta di legal-thriller, magari più legal che thriller, con i ritmi, i riti e i passaggi che appartengono al genere.
Giordana, rispetto ad altri suoi film, opta per una regia semplice, espositiva, senza bellurie estetizzanti o montaggi audaci, ben piantata nel contesto anche paesaggistico (sono i luoghi della sua infanzia lombarda). Gli interessa suggerire, si direbbe senza veemenza, che la storia di Nina non riguarda solo la cosiddetta guerra dei sessi o la prepotenza maschile, ma è figlia di quella che un tempo avremmo chiamato lotta di classe. E qui entra in gioco la politica, continuamente evocata dai personaggi, i quali rimandano agli interessi, in materia, della Compagnia delle Opere (leggi Comunione e Liberazione), pure di Forza Italia, del Pd e della Lega, espressamente citati. Del resto il vero amministratore della villa-clinica è un prete, don Roberto Ferrari, più manager che religioso, amante delle belle macchine e consapevole da sempre dei peccati e peccatucci del suo infoiato direttore.
C’è una frase cruciale nel film: “Molestie? Ai miei tempi le chiamavano complimenti”. La sospira un’anziana attrice, un po’ svanita ma ancora vigile, incarnata da Adriana Asti con spiritose strizzatine d’occhio alla propria carriera (il nudo con Buñuel, “san Giorgio, san Luca e san Luchino”…). Anche lei sottovaluta, sdrammatizza, derubrica le aggressioni ad attenzioni maschili, un po’ alla maniera di Catherine Deneuve.
Non lo fa il film, racchiuso nella misura aurea dei 90 minuti, musicato con discrezione Dario Marianelli, scritto da Cristiana Mainardi e interpretato da un nutrito gruppo di attrici e attori non lasciati a briglia sciolta dal regista: Cristiana Capotondi è l’audace Nina, Valerio Binasco l’ambiguo maniaco, Bebo Storti il prete potente, Anita Kravos l’infermiera in crisi, Patrizia Piccinini la sindacalista della Cgil, Michela Cescon e Laura Marinoni sono i due avvocati avversari.

Michele Anselmi

PS. Cristiana Capotondi, benché tra le firmatarie dell’assai generico appello delle 124 donne del cinema contro le molestie sessuali intitolato “Dissenso comune” (?), continua a difendere l’amico Fausto Brizzi, a suo volta accusato di molestie sessuali, perché con lei si sarebbe sempre comportato “da gentiluomo”. Ogni commento mi pare superfluo.

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