JENNIFER LAWRENCE E LE SUE SEXY-SFUMATURE DI BIONDO. “RED SPARROW” SARÀ UN PO’ ROZZO MA NON PREVEDIBILE

L’angolo di Michele Anselmi

D’accordo, sarà un po’ rozzo, pure “sguaiato e triviale”, tagliato con l’accetta, però almeno non è prevedibile, soprattutto non percorre i soliti sentieri dell’action-movie di piglio spionistico, con l’eroina, s’intende bella e bellicosa, che spara, zompa, spacca eccetera. Dimenticare insomma l’Angelina Jolie di “Salt”, la Scarlett Johansson di “Lucy” o la Charlize Theron di “Atomica Bionda”. Del resto la 28enne Jennifer Lawrence, nel diventare “Red Sparrow”, usa altri mezzi per manipolare avversari e parenti, per depistare i sospetti, inseguendo un diabolico piano di vendetta che si concretizza nel finalissimo mica male.
La frangettona prima scura e poi bionda a coprire gli occhi di ghiaccio, il corpo morbido e burroso, la venustà callipigia e l’andamento regale da ex ballerina classica fanno di Dominika Egorova davvero un’arma di seduzione letale al servizio del governo russo attuale. In realtà Dominika avrebbe voluto fare altro nella vita, era l’ammirata étoile del Bolshoi, ma una gamba spezzata nel bel mezzo di un balletto, e anche lì c’è una sorpresa, la costringe a reinventarsi come spia piuttosto speciale per non perdere i benefici di Stato, necessari a curare la mamma malata e a conservarle un tetto.
Il training, nella terribile Scuola statale 4, non sarà semplice, anche perché non alla maniera di “Nikita” si svolge l’addestramento. Le “Sparrow”, cioè le “passerotte”, sono un corpo d’élite dei servizi segreti; non devono imparare solo a sparare e uccidere, ma a sedurre, manipolare, concedersi sessualmente, perfino “amare” a comando, perché la Guerra fredda non è mai finita, ha solo cambiato modalità. Inutile dire che Dominika supera ogni prova, piace ai suoi capi, al punto che suo zio Vanja, l’alto dirigente del Svr (ex Kgb) che si pettina come Putin, la ritiene pronta per una missione speciale a Budapest. Dovrà convincere un agente americano, scappato per miracolo da Mosca, a rivelare il nome di una “talpa” russa, in codice Marmo, al servizio della Cia.
Non bisogna aspettarsi un’atmosfera realistica e malinconica alla John le Carré vedendo “Red Sparrow”, anche se il film, lungo due ore e venti e diretto da Francis Lawrence (nessuna parentela con la star in cartellone), è preso dal romanzo di un vero ex agente della Cia, Jason Matthews, intitolato da noi “Nome in codice: Diva” (BookMe). Nelle dinamiche del racconto ci sarà di sicuro qualcosa di autentico, rubacchiato ai file di Langley, ma poi il film gioca su altri campi: poca azione, a parte qualche feroce sequenza di tortura o uccisione; molto dialogo, in una sorta di lucida partita a scacchi; il sesso continuamente evocato, anche esibito, come passe-partout per annichilire il nemico.
Si parte a Gorky Park (quasi un omaggio all’omonimo film di Michael Apted), si vola a Budapest, Vienna e Londra, per poi tornare a Mosca. Non tutto quadra nell’intreccio fosco, ma il depistare lo spettatore è un classico del genere; semmai incuriosisce, per essere una grossa produzione hollywoodiana da 70 milioni di dollari, la disinvoltura con la quale Jennifer Lawrence si spoglia e si espone a situazioni tra il morboso e il feroce.
Cast di lusso, nel quale compaiono in partecipazione speciale attori del calibro di Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Joely Richardson e Ciaran Hinds, anche se il versante maschile è più strettamente coperto da Joel Edgerton e Matthias Schoenaerts, ossia lo spione americana e lo zio luciferino: i due uomini con i quali l’adescatrice Red Sparrow deve giocare tutte le sue carte di femmina per non soccombere.

Michele Anselmi

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