DIMENTICARE LE FORME DI ANGELINA: LA NUOVA LARA CROFT È MAGRA E VENTENNE, SI CHIAMA ALICIA WIKANDER, SVEDESE

L’angolo di Michele Anselmi 

Bisogna dimenticare le esplosive forme di Angelina Jolie, che fu Lara Croft nel 2001 e nel 2003, per apprezzare il “reboot” cinematografico (oggi va di moda dire così, sta per risuolato) affidato alla smagrita e minuta bellezza da amazzone guerriera della svedese Alicia Vikander. Classe 1988, attrice drammatica ed eclettica perfetta per ruoli in costume nonché compagna nella vita di Michael Fassbender, Vikander s’è fatta apprezzare in film come “The Danish Girl” e “La luce sugli oceani”. Adesso il grande salto verso il cinema pop d’azione, rivolto a giovani e giovanissimi, e vai a sapere se Lara Croft, tre lustri dopo, sarà ancora in grado di piacere in questa nuova caratterizzazione: meno fumettistica e strafottente, più legata alla realtà che al mito. Anche se Lara, una volta messa alla prova dagli eventi, non si farà negare nulla: zompa da un relitto all’altro, estrae una punta d’acciaio dal fianco, tira frecce con l’arco, uccide a mani nude, finisce nelle rapide, corre mentre tutto crolla attorno, eccetera. Non spara con le due pistolone iconiche, che però appaiono nel finalissimo, prese in un banco dei pegni: il seguito pare garantito…

Non sono esperto in “croftologia comparata”, ma l’intento del regista norvegese Roar Uthaug, anni 44, pare chiaro: umanizzare il personaggio dell’eroina mostrandone “infanzia, vocazione e prime esperienze”. Così “Tomb Raider”, nelle sale da giovedì 15 con Warner Bros, mostra una Lara Croft poco più che ventenne, la quale vive facendo il corriere in bicicletta a Londra e a tempo perso pratica le arti marziali, perlopiù perdendo. Tonica, muscolare, piatta di seno e di sedere, la ragazza custodisce una fiera bellezza quasi androgina, se non fosse per i lunghi capelli, anche una rocciosa dignità. Potrebbe essere milionaria, se solo firmasse un documento che sancisce la morte dell’amato padre industriale/archeologo, Richard, mai tornato da una lontana isola giapponese dove andò a cercare sette anni prima la tomba inviolata della regina Hiniko. Una cantina segreta, s’intende nascosta dietro una cripta nel maniero di famiglia, fa affiorare carte geografiche e documenti preziosi; a Lara non resta che partire, con 800 sterline recuperate vendendo un amuleto verde, alla volta di quell’isola maledetta.

Sempre in canottiera, pantaloni militari e scarponi, la nuova cine-Lara prende qualcosa dal Daniel Day-Lewis di “L’ultimo dei Mohicani”, specie quando corre nella foresta e usa l’arco, anche se poi l’avventura volge verso il soprannaturale e il magico, in una chiave un po’ alla “Indiana Jones”. Con tutto quello che ne consegue: baratti delle anime, corpi che si disfanno a vista, la tomba nel ventre della montagna ricolma di insidie, mercenari guidati da uno spietato boss al soldo della misteriosa organizzazione detta Trinity, poveri contadini usati come schiavi, eccetera.

Frase cult: “Hai provocato la famiglia sbagliata”. A dirlo al crudele Vogel è naturalmente la tosta Lara, che Alicia Vikander incarna con spiritosa grinta, ma senza disperdere, se non nell’epilogo che prelude al nuovo capitolo, quel senso di fragilità emotiva e tenerezza filiale che gli sceneggiatori hanno voluto mettere in luce.
Dominic West è il tormentato papà preso per matto da molti, Walter Goggins, ormai diventato il nuovo Bruce Dern, lo schiavista con la pistola. Occhio a Kristin Scott Thomas, troppo gentile e ben disposta verso Lara per non nascondere qualcosa.

Michele Anselmi

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