QUELLE VITE (DERAGLIATE) DA MOTEL A UN PASSO DA DISNEYLAND. WILLEM DAFOE FA IL BUONO IN “UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA”

L’angolo di Michele Anselmi

Naturalmente il titolo italiano va preso per antifrasi, giacché qui il sogno ha le cadenze dell’incubo, sia pure alla luce del sole. Del resto c’è Florida e Florida, e quella descritta dal film di Sean Baker non è proprio delle più rassicuranti o idilliache. Siamo a Orlando, a un passo da Disneyland, attrazione turistica planetaria a forte connotazione simbolica, ma la trafficata Us Highway 192 che porta verso quel Tempio del Divertimento oggi un po’ decaduto offre poco di bello da vedere. Motel vistosissimi, per lo più color lilla, dalle forme e dai nomi evocanti mondi da favola. Ma chi vive lì, spendendo 35 dollari al giorno, spesso è un reietto della società: poveracci senza lavoro, costretti ad arrangiarsi con traffici non sempre legali, nel caso delle giovani donne e madri vendendo profumi contraffatti o prostituendosi di nascosto. “White trash”, spazzatura bianca, usano dire da quelle parti; ma non mancano anche i neri, come ci insegnò il molto applaudito e un po’ sopravvalutato “Moonlight”.
Qui, nel motel Magic Castle che il “manager” Bobby, ovvero Willem Dafoe, cerca di tenere pulito, in ordine, minacciando quando è il caso pedofili bavosi in cerca di prede, vive la piccola Moonee, appena sei anni, figlia della sciroccata Halley. La bambina è scaltra, sboccata, carina, un’amabile canaglia in miniatura che trangugia cibo da fast-food e vede il peggio in tv. Con i suoi amichetti coetanei Scooty e Jancey passa allegramente il tempo per strada, leccando gelati, sputando sulle auto o dando fuoco a vecchie case disabitate. Intanto la madre, una bella ragazza già finita in carcere, piena di tatuaggi e incline al turpiloquio, si sbatte come una matta per pagare l’affitto mensile, sotto lo sguardo finto borbottone di Bobby, il quale deve far quadrare i conti del motel ma sa anche di dover evitare qualche guaio ai vivaci condomini.
“Un sogno chiamato Florida” è tutto qui: nel racconto randagio di giornate afose e umide durante le quali cresce una strana tensione, anche un po’ minacciosa, che prima o poi esploderà in un episodio destinato a peggiorare le cose (tranquilli, non muore nessuno). Lo stile è da classico film indipendente: luce naturale, musica perlopiù diegetica, uno sguardo quasi documentaristico, facce credibili, donne obese, frammenti di vita quotidiana, una vaga aria da “Tom Sawyer” sia pure riveduta e corretta per via di quelle bizzarre forme architettoniche, tra guglie, merli, richiami a Topolino e Biancaneve.
Chi ama trame compiute e avvincenti farà bene a evitare “Un sogno chiamato Florida”, che esce giovedì 22 marzo distribuito da Valerio De Paolis; chi invece custodisce un’idea più duttile del cinema “preso dalla vita” troverà nel film di Baker, noto ai cinefili per il precedente “Tangerine”, materia per appassionarsi alle vite deragliate, a loro modo dignitose, di questi personaggi da motel. Un mondo socialmente rassegnato, senza scuole, dove i padri sono assenti e le madri (pure le nonne) provano a tenere insieme come possono il pranzo con la cena. Brooklynn Kimberly Prince è davvero stupefacente per la naturalezza con la quale incarna “la piccola peste”, alla fine non così tosta come pensiamo; mentre Bria Vinaite è la mamma emotivamente scorticata pronta a tutto pur di non farsi togliere la figlia. Dafoe, finalmente in una parte da buono, è l’unico divo della compagnia: una sorta di zio buono e fattivo, intrappolato in quel simulacro di sogno, deciso a salvare il salvabile, se possibile la dignità di quei bambini. Non so se la candidatura all’Oscar fosse meritata, forse ha fatto di meglio, ma il suo Bobby custodisce lo sguardo del regista, forse anche quello di noi spettatori.

Michele Anselmi

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