ESCE FINALMENTE “HOSTILES”. CHI AMA IL GENERE NON LO PERDA. UN WESTERN (NON MANICHEO) DALLA PARTE DEGLI INDIANI

L’angolo di Michele Anselmi 

Il proverbio Cheyenne recita pressappoco così: “Quando cerchi un serpente puoi anche trovarlo, ma ricordati che può morderti prima che tu te ne accorga”. Che cosa voglia dire non è del tutto chiaro. Lo scandisce in “Hostiles – Ostili”, il bel film western che arriva finalmente nelle sale giovedì 22 marzo con Notorious Pictures dopo l’anteprima italiana alle Festa di Roma 2017, il vecchio capo Falco Giallo. Malato di cancro dopo anni di dura prigionia insieme alla famiglia in un forte nel Nuovo Messico, il canuto “native american” ha ottenuto di poter morire nella sua terra, lassù nel Montana, nella Valle degli Orsi. Solo che il tosto capitano Joseph Blocker, veterano della guerra ai “pellerossa”, non ha nessuna voglia di scortare l’antico nemico rilasciato dal presidente degli Stati Uniti. Cambierà idea durante il viaggio avventuroso; del resto siamo nel 1892, a un passo dal nuovo secolo. Anche se una frase sui titoli di testa, scolpita dallo scrittore britannico D.H. Lawrence, ci ricorda che: “Nella sua essenza, l’anima dell’America è dura, isolata, stoica e assassina. Finora non s’è mai ammorbidita”. E già.

Non saprei dire se “Hostiles – Ostili” sia davvero “un western fordiano”, come sanciscono illustri colleghi, a occhio non mi pare. So però che intreccia con ruvido senso morale la lezione di film sul tema: da “The Missing” di Ron Howard a “Il texano dagli occhi di ghiaccio” di Clint Eastwood, da “Nessuna pietà per Ulzana” di Robert Aldrich a “Sentieri selvaggi” di John Ford. Il regista/sceneggiatore Scott Cooper attualizza il messaggio spiegando che “l’intolleranza e l’odio presenti nel passato americano più oscuro, imperdonabile, resistono ancora oggi”, e certo c’è del vero; ma “Hostiles – Ostili” ha il merito di non mettere troppe didascalie, proponendosi come un western epico e intimista allo stesso tempo, di sicuro meditativo, a tratti forse noiosetto.
Christian Bale, smesso il costume attillato di Batman, è appunto il roccioso e taciturno capitano Blocker. Per lui l’unico indiano buono è quello morto, infatti ne ha uccisi a centinaia in oltre vent’anni, al punto da diventare una leggenda tra i soldati. Non a caso scandisce: “Lei non ha idea di cosa faccia la guerra agli uomini. Io li odio, quelli, ho migliaia di ragioni per odiarli”. Fosse per Blocker il vecchio capo indiano dovrebbe marcire in galera; ma strada facendo – sennò che western democratico sarebbe? – le cose cambiano. Il furore sembra attenuarsi, anche per merito di una giovane vedova sotto shock, alla quale i feroci Comanche hanno appena sterminato tutta la famiglia, raccolta dalla striminzita pattuglia in viaggio.
“Hostiles” dura 127 minuti e va sul classico: divise sdrucite e sporche, baffoni e barbe, panorami mozzafiato e violenza realistica. Il canone è rispettato, sia pure con gli aggiustamenti estetici imposti dal cinema odierno, e bisogna riconoscere che Cooper maneggia la materia con sensibilità e misura, in una chiave vagamente crepuscolare (occhio all’ultima scena in abiti civili), che lascia nello spettatore un barlume di speranza nonostante la carneficina d’obbligo in sottofinale.
Doppiato da Riccardo Rossi, Bale è perfetto nel ruolo di Blocker, il guerriero implacabile che deve fare pace con se stesso per tornare a sorridere; Rosamund Pike magari è troppo bella ed elegante per quelle contrade, ricorda un po’ la Cate Blanchett di “The Missing”; Wes Studi stavolta non è l’indiano cattivo, da uccidere, come in “Geronimo” e “L’ultimo dei Mohicani”.
Nota a margine: nella versione originale, che raccomando se possibile di vedere, il malinconico compagno d’armi di Blocker dice a un certo punto di aver ucciso la prima volta un uomo a 14 anni, quando stava con “the Grays”. Non è una banda di fuorilegge, come suggeriscono i sottotitoli: sono i Confederati della Guerra civile.

Michele Anselmi

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