Guida al Cinema Bellico. Orizzonti di Storia nel nuovo volume Odoya

Nuovo nato della collana dedicata alla Settima arte di Odoya, Guida al cinema bellico analizza percorsi, tematiche, figure iconiche, scenari e contesti del genere che più di ogni altro dialoga con la storia, quella con S maiuscola. Ne abbiamo parlato con Michele Tetro e Stefano Di Marino, autori del poderoso volume (620 p.).

Seguite una direzione più aperta all’imprevisto dei percorsi alternativi rispetto a quella adottata da altri manuali monografici sul genere: come avete proceduto per sistematizzare i molti materiali sui quali avete lavorato?

Michele Tetro – Bene, possiamo dire innanzitutto che questo volume è il “gemello” della nostra precedente opera, la “Guida al cinema western”, e un certo qual rodaggio nell’appropriarci di un tema molto vasto e dalle mille ramificazioni lo avevamo quindi già sperimentato. Anche in questo caso ciascuno di noi due ha scelto temi, argomenti e contesti che più sentiva affini alla propria sensibilità e conoscenza della materia. Nonostante ogni capitolo individuale abbia una singola firma, molte volte ci siamo “intromessi” l’uno nel lavoro dell’altro, riservandoci entrambi paragrafi aggiuntivi a compendio del tema portante scelto da ciascuno. In corso d’opera si sono aperti molti più fronti d’indagine del previsto e così ci siamo organizzati per una copertura dell’argomento più larga possibile. In generale, episodi aviatori e guerra in mare o nel deserto sono stati miei campi d’azione, incursioni a terra, commandos, guerriglia e operazioni speciali quelli di Stefano. Singolarmente abbiamo battuto molte piste tematiche, per poi ritrovarci sempre alla fine a tirare le fila assieme. Il cuore del libro è la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo attraversato tutti i suoi fronti, in lungo e in largo, “combattendo” ciascuno con la propria mole di materiale da considerare…

Stefano Di Marino – Il criterio che ci ha guidati è quello dell’identificazione con il lettore medio. Questi è fondamentalmente un appassionato di cinema d’azione, probabilmente anche di storia, ma interessato soprattutto alla spettacolarità e ai grandi classici. Da qui la volontà di concentrarsi soprattutto sul cinema della “guerra guerreggiata”, privilegiando nella scelta dei titoli quei film che maggiormente hanno riscosso l’entusiasmo in sala. E, con nostra sorpresa, abbiamo scoperto che i film in questione erano moltissimi e per la maggior parte di ottimo livello, sia sotto il profilo storico che realizzativo. Un’affermazione del nostro modo di vedere il cinema come forma di spettacolo popolare, lontano da ambizioni autoriali astruse e più vicino al gusto di chi ama semplicemente sentirsi raccontare una bella storia.

Ciclicamente il bellico torna al cinema, basti pensare agli ultimi Oscar in cui gareggiavano “Dunkirk” e “L’ora più buia”. Proprio questi due titoli fanno riflettere sulla diverse possibilità di approccio ad un determinato evento bellico. Qual è il vostro punto di vista sull’argomento?

M. T. – Il nostro punto di vista sull’argomento… è il libro che abbiamo scritto! Più seriamente: proprio come il western, che un tempo era il genere più gettonato e oggi invece si riserva solo occasionali “ritorni” sul grande schermo, anche il bellico, genere classico ormai ridimensionatosi per quantità di pellicole prodotte e distribuite sul grande schermo, è diventato più un “evento” sporadico per lo spettatore e soprattutto per le nuove generazioni, poco avvezze ad avventurarsi alla scoperta di questo filone. Speriamo che questo volume possa contribuire ad accendere il loro interesse. Comunque, i due film citati sono davvero emblematici a riguardo dell’approccio usato nel raccontare un evento bellico, cioè sul campo di battaglia vero e proprio in un caso e nelle alte sfere militari e politiche nell’altro, laddove la guerra viene combattuta e laddove si decide come una guerra debba essere combattuta, e perché.

S. D. – Ci siamo sforzati di coprire un po’ tutta la produzione, affrontando anche quei film non propriamente bellici, ma ambientati durante i conflitti e finalizzati a evidenziare problematiche sociali e a volte personali. Resta però una prevalenza dello sguardo sulla guerra in funzione cinematografica, spettacolare, legata, pur con i suoi distinguo etici (la guerra vera non piace a nessuno!), all’idea di cinema come intrattenimento.

Oltre al versante spettacolare, il “bellico” include altre sfaccettature: è il caso dei film di propaganda o dei documentari girati durante i vari conflitti. In ottica classificatoria, dove ci troviamo in questi casi?

M. T. – Il cinema di propaganda bellica copre una vastissima porzione dell’insieme, addirittura non sospettabile per quantità di produzioni, molte cadute nel dimenticatoio o non più recuperabili (per esempio quelle relative alla Prima Guerra Mondiale). Poteva trattarsi di cinema spudoratamente propagandistico a favore della motivazioni alla base di un futuro scoppio di belligeranza, ciò che intendevano Mussolini (“Il cinema, l’arma più forte dello Stato”) o Goebbels, esaltando con immagini l’importanza suprema dello stato hitleriano, in un secondo tempo mirata anche a diffondere un feroce antisemitismo e l’odio razziale, o di cinema documentario sulle sorti dell’andamento della guerra in Europa e Asia, come la serie statunitense “Why We Fight” (commissionata a registi come Frank Capra e Anatole Litvak), senza scordare i lavori singoli su veri scenari di guerra di John Ford e John Huston, per arrivare infine alle produzioni inglesi volte a sensibilizzare l’intervento americano nel conflitto (di cui la coppia Michael Powell e Emeric Pressburger si fece paladina). La nascita della cinematografia, intesa come comunicazione di massa, fin dai primordi si avvalse effettivamente del suo potere di raggiungere i pubblici più vasti per far filtrare in loro informazioni, messaggi di propaganda, valori e ideali, per trasmettere e inculcare impulsi patriottici, idee di sacrificio personale per lo Stato, propositi d’interventismo bellico o di pacifismo e non belligeranza, istanze politiche e sociali, sia attraverso la modalità del documentario (il “cinegiornale”) che del racconto puramente di fiction.

S. D. – È un aspetto che meriterebbe una trattazione a parte. Personalmente resto convinto che il cinema sia quello che racconta delle storie, umane, drammatiche, ma sempre al servizio della narrazione. Il documentario e la propaganda, sostanzialmente, riguardano un altro campo d’indagine.

Quando la Prima Guerra Mondiale terminò, il cinema era ancora un mezzo giovane il cui futuro veniva fortemente influenzato dalle stesse cause e dalle conseguenze del conflitto, sia sufficiente pensare alle avanguardie…

M. T. – Con la fine della Prima Guerra Mondiale il cinema bellico sembrava destinato all’oblio, essendo prevalentemente nato col fine di fare propaganda. Cessata tale esigenza, veniva anche meno l’interesse del pubblico. Invece si trasformò, passando dall’ideologia alla rappresentazione drammatica di chi davvero aveva vissuto l’orrore della guerra, quindi a una dimensione più intimistica e in seguito non scevra da spettacolarità, dato che negli anni tra le due guerre ebbe molto risalto il cinema d’aviazione, che offriva inediti approcci visivi del tutto originali e mai visti prima. Successe la stessa cosa anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, un passaggio da una vincolante esigenza propagandistica di partenza a una più universale analisi interiore e interpretativa di cosa volle dire davvero scendere sul campo di battaglia.

S. D. – Da sempre il miglior cinema di guerra viene realizzato ad anni di distanza, quando gli animi si placano e la visione, seppure in funzione spettacolare, si fa più obiettiva. Non è un caso se recentemente sono stati realizzati ottimi film bellici (“La battaglia di Hacksaw Ridge” e “Dunkirk”, solo per citare film dell’ultimo anno) che guardano “a distanza” avvenimenti storici che oggi possono essere affrontati in un’ottica che li sottrae alle passioni politiche e, perché no?, anche patriottiche del momento.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il governo americano sollecitò esplicitamente Hollywood a sostenere l’impegno bellico, a conferma di un mescolamento di carte tra reale e immaginario che ha pochi uguali nella storia del Novecento. Parliamo di questo?

M. T. – Come già detto sopra, il cinema fu strumento privilegiato per guidare sentimenti, opinione pubblica, tendenze e ideologie delle masse. Furono gli inglesi per primi a fare leva su questo strumento, per sollecitare un intervento americano nel conflitto, pensiamo al film “Gli invasori-49° parallelo” di Powell e Pressburger, voluto dal Ministero dell’Informazione britannico per smuovere gli USA dalla loro neutralità, con attori che decisero di lavorare pagati la metà data l’importanza del fine propagandistico della pellicola. Che era più che esplicito, visto che raccontava di una sorta di piccola invasione in territorio statunitense da parte dell’equipaggio di un U-Boot tedesco, affondato nella Baia di Hudson, con ufficiali che si macchiano di vari omicidi prima di essere fermati e uccisi a loro volta durante la penetrazione territoriale. Fu però lo shock del bombardamento giapponese su Pearl Harbor nel dicembre 1941 a indurre gli USA a entrare finalmente in guerra e a ridimensionare le frange pacifiste precedentemente all’opera per impedire l’ingresso del loro paese nel conflitto. Pare che chi fosse andato a vedere “Il sergente York” di Howard Hawks, nelle sale durante l’attacco nipponico, uscisse dal cinema per andare direttamente a arruolarsi nell’esercito. Registi come Ford e Huston si arruolarono a loro volta, realizzando film e documentari sui fronti bellici e addirittura il presidente Roosevelt creò l’organismo dell’Office of War Information, che controllava tutte le produzioni cinematografiche del periodo, peraltro quasi tutte orientate verso l’interventismo.

S. D. – Il cinema classico hollywoodiano fu, almeno sino agli anni Sessanta, una potentissima macchina di riscrittura della Storia. Non solo durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche nel successivo periodo della Guerra Fredda. In tal senso anche la produzione western di quegli anni si può qualificare come un tentivo di riscrivere la storia americana. Forse perché gli USA erano una nazione giovane e mancavano di quel terreno solido che costituiva le fondamenta storiche del Vecchio Mondo, forse perché era in atto una guerra ideologica tra Est e Ovest, il cinema diventò un’arma. Abbiamo cercato di evidenziarlo e mettere in risalto anche che molti registi, pur restando all’interno delle direttive della produzione, seppero realizzare film in controtendenza. Un compito difficile nel quale la professionalità e la capacità di non perdere mai di vista il pubblico premiarono registi come Kubrick e Aldrich, che seppero mantenere un equilibrio tra la loro visione e l’industria cinematografica che è, ricordiamolo, sempre un’impresa commerciale. E una fabbrica di sogni. Non sempre e non necessariamente edulcorati e glorificanti.

La scelta di includere nella vostra trattazione il bellico che dall’inizio del XX secolo arriva fino a noi dischiude una prospettiva molto precisa. Qual è la motivazione?

M. T. – Pratica e semplice: fare un libro sugli eventi bellici dall’inizio della storia dell’umanità sarebbe stato impossibile, sia in termini di impegno che di risultato finale. Ci sarebbe voluta un’intera collana di volumi! Ma partire dell’inizio del XX secolo è stata una scelta motivata dal fatto che il cinema stesso è nato allora. Solo da quel periodo in avanti gli eventi bellici, grazie all’invenzione della fotografia e del cinema, si sono potuti mostrare al grande pubblico, al di là delle sfere militari, al di là dei soldati in campo, al di là dei grandi comandi. Questa è la caratteristica comune dei conflitti bellici del Ventesimo Secolo: per la prima volta, nella storia dell’umanità, sono stati filmati. Un’ottima base da cui partire…

S. D. – Abbiamo privilegiato la “guerra moderna” e tale argomento, con il drammatico confronto tra modi arcaici di intendere il conflitto e in rapporto con le nuove tecnologie, è evidente soprattutto a cavallo dei due secoli. L’Avventura, che è un elemento presente in opere come “55 giorni a Pechino” e “Il vento e il leone”, affronta un mondo nuovo, disumanizzante, dominato da macchine che uccidono a distanza e introduce i grandi temi del sacrificio (spesso immotivato) dei singoli uomini nella strategia generale. E da questo confronto, in cui l’uomo come entità risulta sempre sconfitto, nasce l’emozione di molti film anche di epoche successive, perché il cinema, bellico e non, è sempre la storia di individui.

Parliamo della struttura della vostra guida: 8 parti distinte, ognuna concentrata su un determinato contesto bellico. Se i primi sei capitoli erano più o meno blindati, “Altri scenari bellici” e “Guerre di fantasia” hanno caratteristiche diverse e più eterogenee… Perché includerle?

M. T. – Allora, lascio Stefano rispondere sul capitolo “Altri scenari bellici”, dato che è farina del suo sacco, e rispondo sul capitolo “Guerre di fantasia”, che è invece a firma mia. Anche il precedente volume sul western si concludeva con due capitoli incentrati sulla “fusione di generi”, nel caso con la fantascienza e l’horror. Ne ho ripreso quindi la formula, perché era stata apprezzata dai lettori. Per quanto riguarda la commistione bellico-fantascienza, ho analizzato pellicole che avessero comunque un aggancio più o meno rilevante con i nostri giorni, tempi o società, non considerando film come “Guerre stellari” o “Battaglie nella galassia” (al di là del richiamo marziale fin nei titoli) e neppure pellicole con eserciti e forze militari in lotta col mostro gigante e distruttore di turno, alla Godzilla & C. Era invece interessante prendere in considerazione produzioni che riproponessero comunque storie individuali, comportamenti, situazioni tipiche del genere bellico, a fronte di una maggiore minaccia esterna, “aliena”, oltre l’immaginario degli uomini, o a un diverso e ucronico contesto spazio-temporale. Esempi sono “La guerra dei mondi”, “Independence Day”, “Battleship”, “World Invasion” da un lato (il nemico stavolta è l’extraterrestre imbattibile, che porta a una coalizione mondiale del genere umano) e “Countdown-Dimensione zero”, “The Man in the High Castle”, “Fatherland” dall’altro (universi paralleli dove l’esito della Seconda Guerra Mondiale è stato differente rispetto al vero storico). Per quanto riguarda l’horror, inteso prevalentemente come lo scatenarsi del demone interiore che induce l’uomo alla guerra, le sue manifestazioni del profondo in grado di contaminare la realtà, evocando fantasmi, mostri sanguinari, orrori incarnati che inducono a riflettere su come il vero nemico sia celato nell’intimo di noi stessi, l’accostamento è stato ancora più facile. Non c’è da stupirsi se un film weird-horror come “La fortezza” (in cui tutta la follia del credo nazionalsocialista hitleriano porta alla creazione di un’entità demoniaca che altro non è che il nostro rimosso più vergognoso e celato) venga oggi considerato con rispetto nel genere propriamente bellico.

S. D. – Le parti dedicate al cinema dei commandos, dei mercenari e persino quelle più moderne, in cui assumono un ruolo sempre più importante i gruppi speciali, hanno una doppia funzione. Da una parte sono aspetti del conflitto e della sua drammatizzazione che vanno tenuti in considerazione nell’ottica del cinema come contenitore di storie. Dall’altro, sempre tornando al pubblico di riferimento, l’avventura bellica in tutte le sue varianti esercita sui lettori e sul pubblico un fascino indubbio che andava appagato.

Prendendo “Apocalypse Now” come punto d’inizio di un nuovo modo di intendere il cinema bellico, quali sono i titoli più validi degli ultimi 37 anni?

M. T. – Per me “La sottile linea rossa” di Terrence Malick, già remake di un film omonimo del 1964, dal romanzo di James Jones. Una pellicola corale e assolutamente al di fuori di ogni cliché, quasi sperimentale per certi versi, con la ricerca d’immagini bellissime e allusive, in grado di precipitarci in una misteriosa “realtà altra”, amplificata dal fatto che il pubblico sente i pensieri più profondi dei Marines impegnati nella campagna di Guadalcanal, ognuno alla ricerca personale di una ragione della guerra, della morte, della vita. E poi, naturalmente, “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick, eccellente come sempre sotto il profilo tecnico, con una direzione attoriale straordinaria, un pugno nello stomaco dello spettatore, ipnotizzato fin dall’inizio dalla violenza verbale, ipnotica e disturbante, del sergente istruttore sulle giovani reclute addestrate per il Vietnam e poi dalla realistica e sanguinosa mattanza dei Marines dispersi durante l’assedio della città di Huè. Due film in cui le risposte alle domande che suscitano in ciascuno di noi vengono lasciate, doverosamente, alla sensibilità dello spettatore stesso.

S. D. – Cito in questa ottica due film diversi, ambientati in epoche differenti con visioni del conflitto anche contrastanti, ma aderenti all’immaginario collettivo. “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg ha riportato al cinema la Seconda Guerra Mondiale, combinando egregiamente umanità e spettacolo in una ricostruzione avvincente, ma ricca di spunti di riflessione. “13 Hours” di Michael Bay si colloca nel solco della grande tradizione del cinema spettacolare, ma riesce altresì a dare, come accade anche in “Black Hawk Down” di Ridley Scott, una visione su episodi bellici a volte poco conosciuti, ma che sono il tessuto connettivo della storia dei nostri tempi. Una riflessione sull’inutilità delle “missioni di pace” quanto sui risvolti politici di episodi reali come quello avvenuto a Bengasi, riproposto nel film di Bay, riescono a far riflettere, sopratutto perchè assumono la forma dell’intrattenimento puro. Come sempre il pubblico non è refrattario alla discussione, eppure, quando acquista un biglietto, vuole vedere uno spettacolo. Che questo sia intelligente, dipende da chi lo realizza.

Lascia un commento