BALLANDO IL“FOXTROT” SI TORNA SEMPRE AL PUNTO DI PARTENZA. LA GUERRA SECONDO L’ISRAELIANO MAOZ. PARTITURA IN 3 ATTI

L’angolo di Michele Anselmi 

L’israeliano Samuel Maoz ha molto da dire col suo “Foxtrot – La danza del destino”, forse troppo. Di sicuro lo fa in modi complicati e spiazzanti, infatti parecchi hanno storto il naso all’ultima Mostra di Venezia, dove il film fu preso in concorso, conquistando il Gran premio della giuria.
Già Leone d’oro 2009 con “Lebanon”, ovvero la guerra vista dall’interno di un carro armato israeliano, Maoz non si allontana granché dal tema, sia pure escogitando qui una densa partitura in tre atti, partendo, per sua diretta ammissione, da un aforisma di Einstein: “La coincidenza è il modo usato da Dio per restare anonimo”. La cine-parabola è filosofica, anche bizzarra per i repentini cambi di tono, volutamente teatrale nella messa in scena. Il foxtrot è un ballo che evoca atmosfere tra il languido e il nostalgico, ma in questo caso sono i quattro passi fondamentali – ogni volta, disegnando una specie di quadrato, si torna al punto di partenza – a fornire la chiave metaforica della vicenda, nella quale ogni evento rimanda a un altro, in un inseguirsi di episodi ricorrenti.
Due soldati si presentano alla porta di un borioso architetto, Michael Feldman. La moglie Dafna apre e sviene appena li vede. Il figlio ventenne Joseph, caporale dell’esercito israeliano, è morto al fronte. Disperazione, rabbia, furore. Il cinquantenne padrone di casa è stato soldato, ma è ateo, politicamente di sinistra: per questo risponde con fastidio crescente alle premure della burocrazia militare, lesta a organizzare le esequie del giovanotto secondo patriottica ritualità. Solo che Joseph non è morto, pare sia un errore di omonimia; la buona notizia irrompe nella famiglia già in lutto, ma Michael, a quel punto, non si fida. E ci fermiamo qui. Sappiate solo che il secondo atto trasporta lo spettatore nell’isolato posto di blocco dove Joseph e tre compagni d’arme vigilano annoiati sul nulla sommersi dal fango, mentre il terzo ci riporta nella casa dell’architetto per un confronto serrato tra lui e la moglie.
Intermezzi surreali o a fumetti, dettagli cromatici o iperrealistici, insistite riprese dall’alto, un dromedario misterioso, anche un tono beffardo e iconoclasta che non piacerà agli alti comandi militari e agli ambienti della destra governativa (ogni guerra ha le sue “vittime collaterali” da nascondere).
“Foxtrot – La danza del destino”, nelle sale da giovedì 22 marzo con Academy Two, è certamente un film compiaciuto, volutamente artificioso, a tratti irritante; ma affiora, nel precisarsi degli eventi collegati alle vicende dei Feldman e alle giravolte del “fato”, una ricchezza etica/estetica non comune, anche la libertà a tutto tondo di un cineasta capace di interrogarsi, fuori da ogni schema, sulla Fede e la presenza di Dio.

Michele Anselmi

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